Un anno di viaggi

“Preferisco accumulare tempo piuttosto che denaro” avevo detto ad una ex-collega poco prima di lasciare il mio precedente impiego. Da quel giorno è passato più di un anno e, anche se sembra una frase fatta, mi sembra ieri che preparavo lo zaino e partivo per l’India.

La mia ultima “grande avventura di viaggio” risaliva al 2012-2014 e, in questa nuova esperienza, riponevo molte aspettative. Avevo ben chiaro che mi stavo facendo un grosso regalo. Mi stavo donando del tempo che, anche se non si può accumulare o imprigionare, si può certamente valorare. Altrettanto chiaro sembrava anche il limite che mi ero data, “5 mesi e poi torno, torno alla vita reale”. Dopo 2 mesi di viaggio già cambiavo idea e, a quasi un anno di distanza, è diventato altrettanto chiaro che avevo bisogno di più tempo.

Il giorno in cui recidevo le mie catene, in cui lasciavo il lavoro e facevo questo piccolo salto nel vuoto, era il 20 di dicembre, un anno esatto domani. Fino a che non è arrivato il momento di partire, poco dopo l’epifania, la mia testa era più che altro un turbinio di “ma che cazzo sto facendo?” mascherati da frasi di presunta sicurezza. Poi, non appena ho toccato il suolo indiano, ho capito. Era come la storia dell’andare in bicicletta, non si scorda mai, basta solo tornare in sella e pedalare. Così ho ricominciato, zaino in spalla e via. Ho ripreso a viaggiare e l’ho fatto per quasi un anno.

Un anno tra tre continenti: Asia, Europa ed America.

Un anno in cui ho realizzato qualche sogno che tenevo nel cassetto da un po’, liberando spazio per quelli nuovi; in cui ho fallito e fallito meglio più di una volta; in cui ho conquistato (letteralmente e metaforicamente) alcune vette e in cui ho cercato di combattere alcune paure e sfidare pregiudizi.

Un anno in cui mi sono sentita domandare e dire di tutto riguardo a quello che stavo facendo, persino cose che ancora adesso non credo di aver compreso.

Ci sono stati i vari:

“beata te che fai la bella vita ed hai i soldi per viaggiare”

“sei fortunata, io non potrei”

“adesso però basta, non puoi fare questa vita per sempre”

Seguiti dagli enigmatici:

“come fai a mangiare?”

“i tuoi cosa pensano?”

“come fai a parlare con la gente?”

“chissà quante malattie ti sei presa!”

” ma non è pericoloso?”

“bè, non sei nemmeno tanto abbronzata!” (in assoluto la mia preferita)

Per concludere con i milioni di:

“lo sai che dovresti farlo di lavoro?”

“perché non diventi travel blogger/guida turistica/accompagnatrice/bla bla bla?”

“perché non fai come quello che ha girato il mondo in monopattino e adesso scrive libri?”

“dovresti guadagnare soldi con il tuo blog”

“ma qual è il tuo obiettivo? Cioè che progetto sta dietro a tutto questo?”

“non capisco, cosa stai cercando esattamente?”

Perciò, dopo mesi e mesi di domande o affermazioni a cui, inizialmente, mi pareva di poter dare una risposta chiara, “viaggio per viaggiare, punto e basta”, sono seguiti i mesi dell’incertezza.

Ho cominciato a pensare: “forse queste persone hanno ragione, dove voglio andare esattamente? Cosa voglio fare di tutto questo viaggiare? Voglio diventare una travel blogger? Lo sono già? Dove voglio vivere? Voglio essere una nomade digitale? Voglio solo fare surf o allevare yak? Voglio vivere in montagna o al mare? Cosa dovrei fare di lavoro? Voglio il reddito di cittadinanza? Voterò anche io i 5 stelle se torno in Italia?”. Scherzo, quest’ultima non l’ho mai pensata, quella sul reddito di cittadinanza però sì.

Ad ogni modo, i mesi passavano, le domande crescevano ed io aumentavo la quantità di possibili risposte. Alcune dettate da un desiderio personale mentre altre, credo, dettate dall’aspettativa degli altri nei miei confronti.

Poi, un lampo.

Stavo passeggiando per il villaggio di Montañita, in Ecuador. Era un giorno nuvoloso e un po’ piovigginoso ed io volevo fare una passeggiata in riva al mare per godermi la tranquillità e il rumore delle onde. Sola con i miei pensieri mi stavo scervellando sul mio futuro, pensando ai più logici scenari possibili, quando – all’improvviso – ho capito: stavo solo perdendo tempo.

Il giorno in cui avevo preso questa decisione avevo in mente un motivo ben preciso.

Sentivo che il tempo mi stava sfuggendo di mano ed io non stavo facendo niente per fermare questo spreco.


Le mie passioni erano passate in secondo piano, per motivi diversi, e io non volevo più permetterlo. Per un momento, i dubbi o le domande degli altri me lo avevano fatto dimenticare ma, per fortuna, me lo ero ricordato di nuovo. Il mio regalo a me stessa, il tempo, era il vero motivo di tutto.

E riguardo al mio futuro?

Bè, nel mio caso, credo che la risposta sia altrettanto “semplice”. Forse, una delle cose più belle della vita (nel bene e nel male) sta proprio nel fatto che le possibilità sono infinite e, se per alcuni può funzionare trovare un unico scopo ultimo o fare del lavoro la propria passione, per molti altri non è così e non c’è nulla di male, anzi. Perciò, se si riesce a fare pace con se stessi e a dimenticare per un attimo ciò che la “Società” ti dice di fare, diventa abbastanza chiaro che non importa fare la scelta giusta in assoluto ma solo continuare a scegliere, per il proprio bene, per la propria felicità, senza danneggiare chi ci sta intorno, ovviamente.

Durante questo anno ho incontrato centinaia e centinaia di viaggiatori, tutti diversi e tutti uguali. In alcuni mi sono riconosciuta, altri mi hanno ricordato i miei primi viaggi in solitaria o in compagnia e altri mi hanno ricordato che tipo di viaggiatrice non voglio più essere.

Ho avuto il piacere di conoscere nomadi digitali, travel blogger, organizzatori e accompagnatori di viaggi turistici, persone che si sono trasferite dall’altro capo del Mondo per amore o perché si erano innamorati di una spiaggia o di una montagna, coppie che hanno ricominciato una nuova vita a 50 e più anni, ragazzi giovanissimi che hanno lasciato la loro terra a 18 o 19 anni per vivere zaino in spalla un paio d’anni, coetanei che hanno letteralmente mollato tutto, avventurieri pazzi, italiani pieni di paure e italiani con le “palle cubiche” che non tornano più in Italia perché non ci starebbero più bene.

Ho ascoltato storie di rinascita, di sofferenza, di amore, di paura e di realizzazione personale. Ho sognato insieme a tutti questi volti e, piano piano, ho scritto anche io la mia storia.

Io, ho vissuto un anno di viaggi e l’ho fatto con, spero, semplicità, onestà ed economia (questo per rispondere a tutti quelli che mi credono la milionaria viaggiatrice).


Questi 303 giorni di viaggio vanno infatti ben al di là dei post di Instagram o delle foto profilo di Facebook. Sono il mio monito per i prossimi mesi, anni e decadi: per ricordarmi sempre che il tempo è la cosa più importante che possediamo, che non va sprecato e che va utilizzato maggiormente per fare ciò che più amiamo o che ci fa stare bene e, una volta ricordato questo semplice concetto, ho scelto ancora una volta.

Ho scelto di tornare e passare il “Natale in famiglia”, forse perché sono più italiana di quello che penso o magari perché nel 2019 farò altre scelte e starò vicino alla mia Terra ed al mio amato Mediterraneo.

Come ho scritto in precedenza, non ho certezze alcune sul mio futuro. La sola cosa che so è che continuerò a scegliere e che i vecchi schemi non possono aprire porte nuove perciò, Caro 2019, io ti aspetto e ti aspetto con la testa piena di idee…vediamo quali mi farai realizzare!

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2 risposte a "Un anno di viaggi"

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