(Quasi) Tre settimane in Bolivia

Il lago Titicaca, immenso, navigabile e altissimo, è la mia porta d’entrata per la Bolivia. Al contrario di ogni mia aspettativa, visti i precedenti peruviani, il passaggio di frontiera è facile e velocissimo e, da Puno (in Perù), arrivo a La Paz in qualche ora.

Scendo dal bus e mi accorgo, fin da subito, del caos che mi circonda. Piove finemente, il cielo è parzialmente grigio ed io cerco di camminare il più velocemente possibile verso il mio ostello per evitare il temporale. Mi faccio largo tra la marea di gente per le strade del centro e, con il fiatone (per via dell’altitudine), arrivo a destinazione. Districandomi tra i vicoli stretti pieni di bancarelle e scalinate, penso subito che questa città mi ricorda l’India e un moto di nostalgia mi tocca il cuore.

La Paz, nonostante il caos, mi rapisce e, in maniera totalmente inaspettata, decido di fermarmi quasi 5 giorni. Mi lascio intrattenere dai suoi quartieri, dal teleferico (capace di darti una vista della città incredibile, dall’alto, per ammirare questo formicaio di mattoni rossi costruito così in alto e all’interno di una valle), dal cholita wrestling, dalla discesa pazza in bicicletta della death road, dal mercato delle “streghe” o dalle storie che gravitano intorno alla prigione di San Pedro e, soprattutto, dalle passeggiate per Sopocachi, un quartiere un po’ bohemien e un po’ moderno che mi fa tornare la voglia di “semplicemente passeggiare e perdermi per una capitale”. Il mio ultimo giorno a La Paz ho anche occasione di incontrare nuovamente Sophi, compagna di viaggio nella mia visita a Machu Picchu, e insieme ci godiamo un ottimo ristorante vegetariano ed un caffè in un locale dalla ricca scelta di infusioni e tipi di caffè, prima di prendere i nostri rispettivi bus notturni.

La mia prossima destinazione è Sucre, “seconda capitale” della Bolivia, e – grazie al consiglio di due amici francesi incontrati in Perù – finisco in un ottimo ostello, il Family Hostel. Appena arrivo, alle 7 del mattino e completamente frastornata dal viaggio, mi sento subito a casa. Faccio colazione con le altre ospiti e mi intrattengo in chiacchiere fino quasi all’ora di pranzo. Il Family Hostel è il tipico ostello dove si sta talmente bene e tranquilli che l’unica cosa di cui si ha voglia è rilassarsi, prendersi del tempo per se stessi e godere della compagnia degli altri viaggiatori ma, nonostante questo, decido comunque di concedermi una passeggiata per la città, coloniale, tranquilla, ordinata (rispetto a La Paz), e un trekking fai da te di due giorni attraverso il cratere Maragua (o Marawa).

Il trekking è “semplice” dal punto di vista dell’impegno fisico ma piuttosto “complicato” a livello di orientamento. Il primo giorno, dopo una camminata molto piacevole, nonostante la pioggia, per un antico sentiero Inca e poi per una strada sterrata, a qualche ora dalla mia destinazione, mi perdo e mi avventuro, per quasi mezz’ora o forse di più, arrampicandomi per terrazzamenti, sentieri non visibili e salite ripide. Dopo attimi di piccolo panico – per fortuna ho MapsMe dalla mia parte – trovo il sentiero e, camminando quasi altre due ore, arrivo a Maragua. L’ostello di Maragua è più che basico e decisamente spartano ma per una notte va più che bene. Per 50 bolivianos (circa 6.50 euro) ho un letto, una cena ed una colazione. Le donne quechua che gestiscono l’ostello praticamente non parlano spagnolo ma, nonostante questo, mi preparano una cena a base di riso, uova, pomodori e cipolle e patate. Il tutto insaporito da ragù e formaggio regalatomi da una guida locale che sta accompagnando nel trekking due olandesi. La mattina dopo, alle 7.15, sono già in cammino verso Potolo, piena di pane fritto e tè che le donne quechua hanno preparato per me. Il cammino è semplice ma, ancora una volta, orientarsi non è semplice, ad ogni modo arrivo a destinazione piuttosto presto e salto quasi subito su un colectvio per tornare a Sucre. Durante il cammino, incontro diverse donne quechua con i loro fagotti sulla schiena o i loro arnesi per filare la lana. Le saluto e loro mi ricambiano il saluto con fare un po’ schivo ma imputo tutto alla timidezza e riservatezza di questi popoli.

Al ritorno verso Sucre, mi godo il viaggio in compagnia dei locali. Non mi parlano ovviamente ma io passo il tempo osservandoli. Le donne, con la tipica gonna larga, lo scialle colorato, il cappello a tesa larga in testa, i sandali e i capelli nerissimi raccolti in trecce. Gli uomini vestiti più alla maniera occidentale. Hanno i visi cotti dal sole, i tipici tratti andini e trasportano sacchi, fagotti e bambini dagli occhi nerissimi ed i visi tondi. Ogni tanto chiacchierano, ogni tanto si addormentano e ogni tanto guardano con fascinazione i condor o le aquile in volo sulla valle di Potolo. Mi affascina pensare che una cosa semplice ma bellissima come il volo di un uccello possa ancora stupire queste persone suppostamente abituate a vedere questi animali ogni giorno.

Una volta a Sucre mi concedo un po’ di relax e chiacchiere con le mie compagne di ostello e, il giorno seguente, sono in viaggio verso Potosì, una delle città più emblematiche della Bolivia.

Potosì, anch’essa dalle vestigia coloniali ma un po’ più trascurata di Sucre, non mi affascina troppo ma, nonostante questo, decido ugualmente di investire qualche bolivianos nel tour delle miniere e termino il tour piuttosto soddisfatta. Per niente patinato, il tour delle miniere di Potosì viene condotto direttamente da ex-minatori che, prima, attraverso l’esplorazione del mercato minero (dove per 20 bolivianos – ovvero 2.60 euro – è possibile acquistare un candelotto di dinamite), e dopo, direttamente dentro i cunicoli della miniera di Cerro Rico, possono guidarti in questo mondo sottorraneo fatto di lavoratori indefessi che, a forza di foglie di coca e sigarette, sono capaci di lavorare anche 24 ore consecutive per un guadagno medio mensile di circa 600 euro.

Lascio Potosì un po’ perplessa, forse per la storia atroce di sfruttamento di minatori che si porta dietro, e mi dirigo ancora più a sud verso Tupiza. Qui, in un giorno, organizzo il mio tour attraverso il deserto con destinazione finale il magnifico Salar de Uyuni, ultima tappa del mio viaggio in Bolivia.

I miei compagni di tour sono tutti francesi ma, nonostante questo, mi diverto molto con loro. Insieme, passiamo 4 giorni esplorando deserti, lagune, antichi villaggi di minatori e, ovviamente, l’immenso e meraviglioso Salar de Uyuni. Oltre alla natura che ci accompagna ogni giorno, quello che più mi godo è lo stile nomade di questa avventura, ogni giorno con lo zaino pronto alle 7 del mattino, ogni giorno vivendo solo con quello che trasportiamo con la jeep, ogni giorno in movimento. Scortati da Santos, la guida, cuoco e autista, ci lasciamo coccolare dalla sua premura e gentilezza e dalla natura di questa parte di Bolivia che si estende da Tupiza, nel sud del Paese, vicino alla frontiera con Argentina, sino alla parte della cordigliera delle Ande che separa Bolivia e Cile, per concludere poi con il deserto di sale più grande del Mondo. 

Il giorno che torno a Tupiza, con due delle mie due compagne di viaggio, nonostante la stanchezza che mi pervade, sono felice, soddisfatta e rigenerata dalla natura e dalle belle vibrazioni positive di questo bellissimo viaggio nel viaggio. Già con la testa in Argentina, la mia prossima meta, mi addormento la mia ultima notte in Bolivia pensando che difficilmente scorderò questo Paese per via dei suoi colori, i suoi sapori, la sua gente e, ovviamente, la sua incommensurabile bellezza. 

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