(Quasi) un mese in Perù

Mancora, Perù, vicino al confine con Ecuador. Ci arrivo alle 6 del mattino, dopo un viaggio di 10 ore in bus e 3 ore di attesa alla frontiera in piena notte.

Si tratta del mio secondo border-crossing via terra in Sud America e, nonostante non sia nulla di assolutamente complicato, è ben più lungo e stancante del precedente poiché gli impiegati di frontiera del Perù ci mettono quasi due ore a formalizzare l’entrata di una manciata di stranieri. Ovviamente la frontiera è anche piena di venezuelani, come già ho visto in Colombia, ma a loro viene richiesto di fare file diverse e attese di giorni. Anche questa volta, provo molta tristezza e compassione.

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Dopo il freddo di Cuenca, il sole ed il cielo di Mancora mi rapiscono e, come prima cosa, prenoto una lezione di surf per il giorno successivo. In ostello, rintronata dal viaggio, conosco Priska che, invece, è sveglia alle 7 del mattino perché rintronata dalla fiesta della sera precedente. Il giorno dopo, accompagnata da Priska, raggiungo la spiaggia e mi godo una ora di surf tra le onde dell’Oceano Pacifico. Vengo travolta più volte, scivolo, rimango sulla tavola qualche secondo al massimo, mi lancio quasi a riva e, con l’euforia in viso, ritorno sulla spiaggia con i ginocchi un po’ sbucciati ma felice. Surfare è innegabilmente divertentissimo e decido di fermarmi in questa zona del Perù per divertirmi ancora un po’ con le onde del mare. Dopo due giorni a Mancora mi sposto a pochi chilometri di distanza, a Los Organos, dove trovo un meraviglioso ostello vicino alla spiaggia, un servizio economico di noleggio tavole da surf ed un punto perfetto per provare a lanciarmi tra le onde.

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Passo quasi una settimana a Los Organos, godendomi il miglior ceviche del Perù, preparato direttamente sul molo con il pesce appena pescato dai pescatori; chiacchierando con Alda e Paul, una coppia di francesi in anno sabbatico che rimandano la loro partenza da Los Organos quasi ogni giorno perché innamorati della sua tranquillità, e con Orlando, un ragazzo venezuelano di 22 anni scappato dalla povertà del suo Paese che mi racconta di come è arrivato dalla Isla di Santa Margarita (un paradiso in terra) fino a Los Organos in 18 giorni di autostop, per guadagnare in un giorno quello che in Venezuela, adesso, guadagnerebbe in un mese; surfando con Pablo, un ragazzo di Lima innamorato di Los Organos da 8 anni, e il figlio di Rocky, Carlos, l’ex guardia di sicurezza che mi affitta la tavola e mi dà consigli di surf per qualche soles (la moneta peruviana) al giorno.

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Vorrei trattenermi di più ma decido comunque di dirigermi a sud e saltare alcune parti del Paese per concentrarmi meglio nella zona di Arequipa, Cusco, Lima e Paracas. Con un viaggio di quasi 20 ore arrivo a Lima, dove mi trattengo molto poco. Un paio di notti e sono già in viaggio verso le prossime destinazioni. Lima è una città, in parte, affascinante. Metropoli popolosa e caotica, nasconde comunque una certa bellezza nei quartieri di Barranco e Miraflores. Il primo, un poco bohemien, il secondo modernissimo, ricco e vicino alle spiagge dei surfisti. Non perdo occasione e mi faccio una mattinata di surf tra le onde lunghe ma molto fredde di Lima e passo il resto delle mie due giornate limeñe a passeggiare per il centro storico e a godermi la parte hipster di questa capitale.

Dopo l’ennesimo viaggio in bus, arrivo ad Ica, ai confini con il deserto omonimo. La località non mi attrae molto, la trovo finta e molto turistica ma, un po’ forzata da un gruppo di altri viaggiatori, mi lancio in un tour di dune buggy e sandboarding per il deserto. Alla fine della giornata, il premio sta nel tramonto sulle dune e nell’euforia delle discese pazze in dune buggy e vado a letto contenta, specialmente dopo aver bevuto un paio di pisco sour in compagnia dei miei amici di tour.

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Il giorno dopo mi sposto a solo un’ora di bus, a Paracas, e decido di alloggiarmi un po’ lontana dal centro del paesino. In ostello ritrovo due amiche francesi conosciute il giorno precedente nel deserto e la sera, in compagnia di altri viaggiatori (argentini, peruviani ed un italiano rasta originario di un paese a pochi chilometri dal mio), ceniamo, beviamo birra ed ascoltiamo musica fino a tarda sera. La mattina seguente, decido di noleggiare una bicicletta per meno di 5 euro e mi lancio all’esplorazione del parco nazionale di Paracas. L’estensione di questa zona naturale è immensa. Un deserto a bordo Oceano, un luogo silenzioso dove, pedalando, si sente solo il forte rumore del vento e delle impetuose onde non appena si arriva ad una spiaggia. Mi lascio incantare da playa roja, specialmente perché la contemplo da sola, ascoltando il rumore del mare e i ammirando i colori vivi della sabbia, giallissima, in contrasto con il blu dell’Oceano. Dopo una bella pedalata di più di 4 ore, è ora di riposare ed attendere il mio prossimo bus, quello che mi porterà nuovamente ad Ica e poi ad Arequipa. Anche questa volta bus notturno e, anche questa volta, arrivo frastornata dal viaggio.

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Ad accogliermi, nel mio nuovo ostello, Chamo, gentilissimo e premuroso. Alla Casa de Chamo mi fermo più del previsto perché, oltre che dalla bellezza della città, vengo decisamente rapita dall’ambiente dell’ostello. La mia prima sera mi trattengo in chiacchiere di viaggio con alcuni ospiti francesi e canadesi mentre, la seconda sera, prendo parte alla piccola festa domenicale di Chamo e dei suoi amici che, esattamente come potrebbe succedere nella mia Faenza in una domenica qualunque di primavera, si cuoce carne alla brace su una terrazza o in una casa di campagna. In questo caso si tratta della famosa caja china, una sorta di scatola in cui cuocere lentamente il maiale che, a fine cottura, risulta morbido, gustosissimo e davvero da leccarsi i baffi. Il procedimento della caja china richiede diverse ore, quindi aspettiamo il momento della cottura chiacchierando e giocando al divertentissimo gioco del sapo. Il tutto ben condito da birra Cusqueña e le ore passano senza nemmeno accorgersene.

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Arequipa mi si mostra in tutta la sua bellezza. Un centro città coloniale e ben conservato, i mercati locali, la parte più moderna della città, i suoi punti panoramici e il Monastero di Santa Catalina che, per quanto la sua visita sia un po’ cara, merita comunque una passeggiata per apprezzare le vestigia di questo antico monastero-cittadella dai coloratissimi muri. Il mio ultimo giorno ad Arequipa, prima di dirigermi verso Cusco, un po’ mi pento di non aver dedicato più tempo a questa meravigliosa città assolata e calda, sia per la sua gente sia per il clima che la contraddistingue nei giorni in cui la vivo, ma le rovine Inca mi chiamano e quindi salto sull’ennesimo bus notturno, ma non prima di aver gustato il mio ultimo ceviche, preparato sul momento e freschissimo da uno degli amici di Chamo.

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Cusco, rispetto ad altre città del Perù, è un caos di turisti. Districarsi tra agenzie, venditori e venditrici di pacchetti turistici, cibo e massaggi, risulta snervante. Era dall’India che non venivo infastidita così tanto da un luogo e, anche se la città di Cusco è davvero interessante e ricca di luoghi affascinanti, decido piuttosto in fretta come organizzare la mia permanenza in questa zona del Perù che, a conti fatti, per il suo sfruttamento turistico, non mi invoglia a rimanere a lungo.

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Valli sacre, saline, antiche rovine Inca, piccoli villaggi arroccati a 3900 metri d’altezza che nascondono chiese di epoca coloniale in legno e dai decori incredibili, passeggiate per il quartiere Bohemien di San Blas a Cusco e, ovviamente, Machu Picchu, nella sua immensa bellezza. Non mi faccio mancare nulla e, nonostante ogni tanto mi tocchi affidarmi a qualche agenzia e partecipare a tour guidati (attività che cerco sempre di evitare quando sono in viaggio), alla fine, lascio Cusco con un ottimo ricordo, specialmente perché il mio ultimo giorno in città ho occasione di rivedere una viaggiatrice incontrata in Ecuador e di aggiornarci sulle nostre recenti peripezie.

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I mie ultimi giorni in Perù li passo a Puno, la città più grande vicino al Lago Titicaca, un lago che sembra un mare da quanto è grande. Decido di fermarmi più notti del previsto, non perché Puno sia particolarmente affascinante, ma perché preferisco riposare un po’ e visitare le islas flotantes e la isola di Taquille con calma, prima di dirigermi verso la Bolivia, il quinto Paese di questo mio viaggio in America Latina.

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