Tre settimane in Ecuador

Prima di partire per l’America Latina ero convinta che avrei dedicato molto poco tempo all’Ecuador, due settimane ad esempio, non andando molto probabilmente alle Galapagos per motivi di budget e, come ho recentemente realizzato, forse anche per motivi ideologici (le Galapagos sono un paradiso in terra, forse sarebbe meglio se decidessimo di lasciarlo com’è, incontaminato, senza turisti ed aperto solo agli studiosi o ai ricercatori…dopo tutto se non sei un pianista non ti metti a pestare i tasti di un pianoforte a coda alla Filarmonica di Vienna…o no?).

Ad ogni modo, la mia convinzione iniziale di rimanere in Ecuador due settimane scarse mi ha abbandonata dopo il primo giorno a Quito, nemmeno un paio d’ore in città e ho capito che il Paese aveva moltissimo da offrire e che due settimane sarebbero state decisamente rosicate. Ma, andiamo per gradi.

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La frontiera Colombia-Ecuador è stato il mio primo border-crossing di questo viaggio latinoamericano e, nonostante l’attesa alla frontiera di San Miguel (meno trafficata di quella di Ipiales, in caso qualcuno voglia mai avventurarsi) di circa un’ora e mezza per via della pausa pranzo degli impiegati di frontiera, il passaggio risulta piuttosto semplice ma, tra ore di bus da una parte e dell’altra dei rispettivi Paesi, la partenza alle 7 del mattino da Mocoa (a meno di 200 km dal confine ecuadoregno) si trasforma in un arrivo a Quito alle 21 con tanto di meravigliosa prima discussione con i tassisti ecuadoregni per decidere la giusta tariffa per portarmi al mio ostello.

Evidentemente, discutere con i tassisti è la mia maledizione ogni volta che passo un confine.

Quito, il mio primo approccio con l’Ecuador, è comunque decisamente ottimo. Una città vibrante, caotica, dalle spoglie coloniali ma non finte (come la Cartagena colombiana), incastonata in una valle e circondata dalle montagne. Il primo giorno lo passo a passeggiare su e giù per il centro storico e per il quartiere più moderno della Mariscal. Sono affascinata. La fisionomia degli ecuadoregni è diversa da quella dei colombiani e, ovunque, venditori di strada, pentoloni e padelle piene di olio fumante che friggono deliziose empanadas.

Nelle piazze principali del centro storico, poi, alti edifici bianchi in stile coloniale che si stagliano nell’azzurro del cielo insieme alle nuvole gonfie e bianchissime, mentre donne e uomini vestiti alla mò eduacoregna (capelli, sciarpe, e ponchos) si aggirano per le strade parlando ad alta voce.

Rimango a Quito tre notti, dedicandomi ad attività più o meno turistiche (come la visita dalla famosa Midad del Mundo) e alle chiacchiere con i miei compagni di ostello, dopodiché decido di spostarmi ad Otavalo.

Otavalo, con il suo grande mercato (teoricamente il più grande dell’America Latina, ma solo al sabato a quanto pare), non mi impressiona più di tanto a dire il vero. Rimango solo un paio di notti e le cose che mi godo di più sono la laguna del Cuicocha e la mia permanenza in un villaggio vicino a Otavalo, Illuman, all’Hostal Tio Cajas, dove alla sera osservo la madre del “Tio” (il proprietario dell’ostello) muoversi lentamente in una cucina dalla luce soffusa, cucinando direttamente sul fuoco vivo e con pentoloni neri di fuliggine, come già avevo visto nei villaggi del Nepal durante il mio Annapurna Circuit.

La casa del Tio è basica, nel dormitorio si paga meno di 5 dollari a notte ma quello che si guadagna è tanta tranquillità ed un ottimo sonno, perfetto per me sia la prima notte sia il mio secondo giorno ad Otavalo, dopo quasi 5 ore di trekking per il cratere della laguna, una passeggiata facilissima e che consiglio vivamente di fare per godere della migliore vista della laguna.

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Il trekking di Cuicocha mi motiva a camminare ancora e quindi mi dirigo verso Latacunga, città medio-grande dell’Ecuador, molto trafficata e, onestamente, con zero attrattiva, ma comoda per chi desidera scalare il vulcano Cotopaxi o effettuare il Quilotoa loop, un trekking di 2 o 3 giorni.

La mia idea iniziare era quella di scalare il Cotopaxi, uno dei vulcani ancora attivi più alti dell’Ecuador e del Mondo, ma essendo piuttosto caro (specialmente perché non trovo con poco preavviso compagni di avventura in ostello), preferisco darmi al Quilotoa loop, una sorta di Annapurna circuit ma in miniatura e con destino finale il cratere Quilotoa a 3900 mt. circa.

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Arrivata a Sigchos con un viaggio di 2 ore su un bus lentissimo e per una strada tutta curve, comincio il mio trekking. Teoricamente, il primo ed il secondo giorno è necessario camminare 3 ore e in maniera moderata. Mi accorgo però quasi subito che (forse) i locali non hanno la stessa percezione di moderato che ho io e, quando mi trovo ad arrampicarmi per un sentiero quasi perpendicolare per più di un’ora, mi chiedo se arriverò mai alla fine della giornata ma, dopo quasi 4 ore di trekking arrivo a destinazione, il villaggio di Isinliví e l’ostello Taita Cristobal. All’ostello sono la sola ospite e, in tutta onestà, non mi dispiace affatto. Mi godo le ultime ore di sole sulle montagne, leggo, mi rilasso, mangio una ottima cena e, quando forse sono appena le 21, vado a letto per prepararmi al giorno successivo di cammino.

Anche il secondo giorno presenta piccole insidie ed alcune parti del trekking piuttosto dure, specialmente la parte prima di arrivare al punto panoramico sui grandi canyon che separano questo villaggio dalla meta del secondo giorno, Chucchilán. Al punto panoramico, dopo un’altra dura salita di più di un’ora, faccio un incontro piuttosto divertente, con quello che mi pare si chiami Juan, ovvero il proprietario del punto panoramico e della struttura lì presente. Mi accoglie presentandosi e spiegandomi cosa posso vedere dal punto panoramico per poi trattenermi quasi un’ora farfugliando cose relative ad un mio probabile interesse verso la sua terra (forse vuole fare business? forse vuole dei soldi?) per poi concludere chiedendomi di scattare un selfie con lui, una foto a lui ed a sua nipote e comprare un braccialetto. Mi rifiuto di acquistare, Juan mi regala un braccialetto e io lo saluto pensando che, forse, un giorno mi ricorderò di questo incontro e tornerò per fare business sul cucuzzolo di una montagna ecuadoregna. Quarantacinque minuti circa di cammino e sono a destinazione, l’ostello El Vaquero, dove passo un ottimo pomeriggio e sera riposando e chiacchierando con un ragazzo australiano in viaggio in motocicletta per il Sud America da 9 mesi ed una ragazza di Colorando (USA) in vacanza per un paio di settimane.

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Il giorno successivo, l’ultimo giorno, quasi 6 ore di trekking mi portano a destinazione, la laguna del Quilotoa ed il villaggio omonimo. Non apprezzo molto il villaggio, lo trovo finto e senz’anima, ma mi godo l’arrivo in vetta, sul cratere, per poi perdermi prima di raggiungere il villaggio ma “essere salvata” direttamente da un alpaca che mi indica il cammino chiamando la mia attenzione con uno strano verso.

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Ritornata a Latacunga decido di dare spazio alla costa ecuadoregna. Nonostante il clima in questa stagione dell’anno (ottobre) non sia il massimo, scelgo l’Oceano per la sua tranquillità, perché amo andare nei luoghi turistici in bassa stagione e per altri due motivi: avvistamento di balene e surf.

Il primo mi riesce alla grande, con mio enorme stupore acquisto un tour ad un prezzo stracciato e, convinta che sarà un flop assoluto, mi ricredo dopo due ore di avvistamenti di balene di tutte le dimensioni che saltano fuori dall’acqua come in un documentario televisivo.

Il secondo, bè, forse per il surf ho bisogno di più pratica. Mi ci dedico un giorno, per qualche ora e in modalità kamikaze, ma non riesco nemmeno ad alzarmi sulla tavola.

Scelgo due posti molto diversi tra di loro, Mompiche, un villaggio sonnacchioso nella costa nord del Paese e dove non ci sono quasi turisti, e Montañita, nella costa sud, rinomata località fiestera. Onestamente, nonostante mi avessero sconsigliato Montañita per via del suo lato festaiolo assoluto, finisco per amarla. Scelgo un ostello lontano dai locali e dal centro del villaggio, la Casa del Sol, dove possa praticare yoga, rilassarmi e stare lontano dalla ressa. La scelta si rivela perfetta. È bassa stagione, non c’è caos. Dalla camera del mio ostello, sdraiata sulla mia amaca sotto il portico, tutto quello che sento è il rumore delle onde dell’Oceano e il lieve chiacchiericcio dei pochi ospiti della Casa del Sol a cui, ogni tanto, mi aggiungo per un paio di birre ed una chiacchiera in compagnia.

Ricordo lo Sri Lanka, l’isola di Mucura in Colombia e mi godo la pace, la spensieratezza.

L’ultima tappa del mio viaggio in Ecuador è Cuenca e si rivela essere una delle migliori parti del viaggio.

Ritrovo José, una amico di una vita che fu a Barcellona; mi lascio guidare alla scoperta della cultura ed arte ecuadoregna da Cristian, un amico di José; e mi rilasso tra un giro al mercato e una birra la sera con Barbara, basca, e decisamente divertente.

La sera del mio terzo giorno a Cuenca decido di prendere un bus per il Perù, le onde della costa mi attendono e l’eco andino mi richiama.

Arrivederci Ecuador, sei meraviglioso e sono sicura che tornerò.

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