Instants: Quel taxi per l’Avana

Il Sud America mi ha fatto venire voglia di riprendere in mano la mia rubrica Istants, trasformandola un pochino.

Correva l’anno 2015 ed io, insieme alla mia amica O., mi trovavo in viaggio a Cuba. Si trattava di un viaggio quasi improvvisato, nato da una di quelle affermazioni del tipo “Ma perché non ci facciamo un viaggio insieme? Perché non andiamo a Cuba?”. Pochi giorni dopo questa ‘domanda quasi retorica’ prenotavamo il nostro volo per l’isola caraibica e, nemmeno un paio di mesi dopo, ci svegliavamo alle 5 del mattino per andare a prendere il nostro volo all’aeroporto di Venezia. Era il giorno della befana ed io non vedevo l’ora di partire. Ero tornata dal mio lungo viaggio in Australia-Nuova Zelanda-Sud Est Asiatico da meno di un anno e l’idea di rimettermi lo zaino in spalla mi estasiava.

Purtroppo, io e O. non avevamo molti giorni a nostra disposizione, perciò – una volta atterrate a La Habana – ci siamo date abbastanza velocemente all’esplorazione di Cienfuegos, Trinidad, alcuni giorni sulla costa, a Cayo Coco (2 su 3 di pioggia ma comunque divertenti) e, poi, di ritorno verso l’Avana, forti della nostra presunta fortuna, genialità e del fatto che, per la prima volta in giorni, riuscivamo finalmente a prendere un bus e non a pagare il solito taxi, decidiamo di non dormire una notte a Santa Clara, come avevamo preventivato, ma di fare solo un veloce pit-stop e poi prendere di nuovo il bus per la capitale cubana.

Il piano era perfetto: scendiamo a Santa Clara, paghiamo un taxi o un rickshack per farci portare al mausoleo del Che (l’unica cosa che ci interessava visitare in città) e poi riprendiamo un bus per La Habana. Geniale no?

No, per niente.

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Tutto regolare fino al mausoleo del Che, lo visitiamo in poco tempo, facciamo le foto di rito e poi ritorniamo alla stazione per prendere il bus verso l’Avana. Alla stazione, la secchiata d’acqua fredda:

  • i bus a Cuba, quanto meno all’epoca, non si potevano esattamente prenotare, o meglio, si scopre se c’è posto sul bus solo quando questo arriva e, per di più, non ce ne sono nemmeno tanti al giorno;
  • il nostro bus, previsto in arrivo di lì a poco, non stava arrivando e non si sapeva nemmeno quando sarebbe arrivato (ovviamente).

Decidiamo di aspettare mentre rimbalziamo tra i tassisti improvvisati che si offrono di portarci a La Habana e l’interrogatorio che, ogni 15/20 minuti circa, decido di fare alla signora della biglietteria per avere lumi sulla situazione dei bus. Passano quasi due ore e di bus nemmeno uno all’orizzonte e, per di più, si sta facendo tardi.

Cosa fare?

All’improvviso, come dal nulla, compare Candido – un ragazzo congolese o forse algerino, non ricordo – che ha necessità di andare anche lui a l’Avana e ci propone di dividere un taxi. L’idea non mi sembra terribile, in taxi faremo certamente prima e sarà sicuramente un viaggio più comodo.

Anche in questo caso, i miei calcoli non possono essere più sbagliati.

Fuori dalla stazione troviamo il nostro tassista e contrattiamo il prezzo. Pare che, alla fine, siamo in quattro a dover andare a La Habana: io, la mia amica O., Candido e un altro ragazzetto cubano spuntato dal nulla, quindi il viaggio ci costerebbe circa 15 dollari a testa, non molto di più che il viaggio in bus dopo tutto.

Il nostro tassista possiede una macchina in tipico stile anni ’50-’60 di colore bianco. Il bagagliaio odora dannatamente di benzina e lui, su mia richiesta, lo risciacqua malamente con un po’ d’acqua prima di gettarci i nostri zaini che poi puzzeranno di benzina per sempre. Sul sedile posteriore, sedendosi, è possibile contare con il proprio posteriore le molle di ferro da quanto l’imbottitura dei sedili ormai è andata del tutto. I finestrini non si possono alzare se non staccando l’unica manopola presente nell’auto e installandola nel rispettivo finestrino per alzarlo o abbassarlo. Insomma, il nostro mezzo è pronto a partire ed io mi chiedo se sarà capace di fare quei nemmeno 300 chilometri che ci separano dalla meta.

Partiamo e, dopo nemmeno 40 o 50 chilometri, nel bel mezzo dell'”autostrada cubana” e completamente al buio, il nostro tassista accosta. Siamo nel nulla, intorno a noi solo la selva scura. Siamo in macchina con tre sconosciuti e nessuno sa dove ci troviamo.

Comincio seriamente a pensare il peggio e, mentre non ho nemmeno il coraggio di voltarmi a guardare O. e provare a leggere nel suo pensiero silenziosamente, vedo il nostro tassista uscire dall’auto, recarsi nel retro e tirare fuori qualche cosa dal bagagliaio. Dopo qualche secondo di panico, realizzo che si tratta di una tanica. Il motore dell’auto, dopo nemmeno 50 chilometri a forse 50 km/h massimo, è già surriscaldato e va messa acqua nel radiatore. In quell’istante, tutti in macchina, capiamo che sarà decisamente un viaggio lungo. Inoltre, la mia amica O. capisce che, per lei, sarà ancora più lungo e faticoso quando, dopo una breve sosta in una sorta di “autogrill”, la obbligo a sedersi tra me e Candido nei sedili posteriori, poiché il nostro nuovo amico ha ben deciso che gli pare una ottima idea flirtare selvaggiamente con una italiana ed ha scelto proprio me come target.

Da brava ed ottima amica O. acconsente di sedere tra me e Candido che, nel frattempo, ha tirato fuori un tablet pieno zeppo di serie TV e che possiamo guardare durante il viaggio. L’idea a me sembra ottima, se non fosse che O. è così costretta a reggere il tablet mentre il filo degli auricolari, che indossiamo io e Candido per ascoltare l’audio, le taglia la gola, guardando la serie leggendo solo sottotitoli, per di più in spagnolo, senza sentire assolutamente nulla se non il rumore assordante delle canzoni di Laura Pausini, rigorosamente in spagnolo, e sparate a tutto volume in macchina.

In quelle assurde ore di viaggio ricordo di aver pensato che la mia amica, molto probabilmente, non mi avrebbe più rivolto la parola e che le probabilità di arrivare integre a La Habana sembravano bassissime ma, in realtà, mi sbagliavo su entrambi i fronti.

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Dopo forse 4 ore o più di viaggio, arriviamo sane e salve in centro a l’Avana, peccato che arriviamo a mezzanotte e la città sia decisamente spettrale, oltre che poco raccomandabile a quell’ora. Siamo senza prenotazione alcuna e c’è da mettersi a cercare un alloggio. Candido ci scorta in giro, ancora convinto che forse possa avere una possibilità nei miei confronti, quando, da un vicolo, appare un cubano dall’aria non pericolosa ma fastidiosa che si “offre” di darci una mano nella ricerca della camera. So benissimo che non lo farà gratuitamente, so benissimo che mi toccherà dargli del denaro, quello che spero è che si levi di torno in fretta ma lui non molla e – dopo aver suonato a diverse casas particulares (una sorta di B&B cubani) – ne troviamo una che ha effettivamente una camera libera.

Il suo proprietario ha un aspetto bizzarro, non esattamente accogliente e, per di più, quando gli chiedo dov’è la chiave della camera, mi mostra che è possibile chiudere la porta ma non dall’interno, solo da fuori. Comincio già a pensare che, forse, questo omone ci sequestrerà per sempre e, mentre non ho il coraggio di guardare nemmeno bene il bagno della stanza, noto che il soffitto della casa, proprio sulla soglia, è composto di grossi barili di acciaio o ferro arrugginito che probabilmente contengono acqua o Dio sa solo cosa e gocciolano.

Guardo O., le chiedo cosa vuole fare. Ha lo sguardo perplesso ma siamo stanche e decidiamo di rimanere, tanto il giorno dopo potremo scappare verso una casa particular che già conoscevamo e che sapevamo essere ottima. Il tizio fastidioso se ne va, Candido se ne va e noi ci chiudiamo in camera utilizzando io mio zaino come “inutile” blocca porta e andiamo a dormire.

Dopo una notte non esattamente riposante, ci svegliamo di primissima mattina pronte a scappare e, al salutare il proprietario di casa, scopriamo che il mondo, con la luce del giorno, è effettivamente molto diverso. Rodolfo, il proprietario di casa, è un omone gentilissimo, incapace di uccidere una mosca probabilmente e, nonostante la sua casa particular non sia il massimo, rimane comunque un posto sicuro dove dormire. Chiacchiero un po’ con lui mentre mi offre un caffè e mi racconta della sua esperienza di volontariato in Algeria e poi lo lasciamo. Una volta in strada, prendiamo un taxi e ci facciamo portare alla seguente casa particular, mentre ripensiamo alla nostra avventura e alla meravigliosa doccia che potremo farci dopo una giornata decisamente particolare.

Come io e O. sappiamo benissimo, questo episodio rimarrà impresso nella nostra memoria per sempre. Amo ribadire che, senza quel taxi per La Habana, la nostra vacanza sarebbe stata molto differente, forse meno indimenticabile.

Mi piace raccontare questo episodio non solo perché mi fa sorridere ogni volta che ci ripenso ma perché è la dimostrazione perfetta di come, spesso, le prime impressioni siano terribilmente sbagliate e i pregiudizi o i luoghi comuni siano da prendere con le pinze. È vero, forse non avremmo dovuto fidarci di un qualunque tassista improvvisato fuori da una stazione di bus cubana, forse non avremmo mai dovuto camminare in giro per l’Avana a quell’ora e forse non avremmo mai dovuto rimanere la notte nella casa di Rodolfo, perché chi lo sa dove l’avventore cubano che ci aveva raccattate per strada poteva averci portate; ma lo abbiamo fatto lo stesso e, non solo rimane uno dei ricordi più bella della mia vita, ma sono anche convinta che tornando indietro rifarei esattamente lo stesso.

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