Tre settimane in Colombia

È un volo un turbolento quello che mi porta a Cartagena dalla città di Panamà ed io non posso essere più felice di toccare con i miei piedi questa terra latina. Meno di 45 minuti e sono fuori dall’aeroporto con passaporto validato e pronta per la mia nuova avventura colombiana.

Prendo un taxi e mi dirigo verso l’ostello che ho prenotato (booking.com è una risorsa senza eguali anche in Sud America). Alla Casa Hostel Shalom Adonai mi accolgono Elvis e Jesus, due istrionici e giovani colombiani pieni di brio e dal sorriso contagioso. Elvis, originario di Cartagena, registra i miei dati sedendosi nella reception del loro ostello, improvvisata direttamente nella sala/cucina e fatta di un paio di pallet messi insieme. Mi piacciono fin da subito e Jesus, originario di Pereira, mi piace ancora di più quando, la mia prima sera, mi insegna a cucinare le banane fritte che ho comprato e che non si possono mangiare come delle “normali banane”, offrendomi, per accompagnarle, riso, verdure e succo di frutta freschissimo.

Il giorno seguente, mi do all’esplorazione di Cartagena de las India, una città in tipico stile spagnolo, ben tenuta e che, nonostante il suo spirito un po’ troppo turistico per i miei gusti, finisce comunque per affascinarmi per i suoi colori e per la sua storia. Dopo due notti a Cartagena, la mattina del mio terzo giorno colombiano, saluto Jesus ed Elvis e mi dirigo verso Tolù, la mia base di partenza per l’esplorazione delle isole dell’arcipelago di San Bernardo. Il tempo meteorologico non mi è del tutto amico, dopo tutto settembre è preludio del mese di piogge in questa zona del Mondo, ma decido comunque di prenotare la mia barca e di recarmi sull’isola di Mucura. Mai decisione fu più azzeccata.

Al mio arrivo sull’isola di Mucura mi accoglie Manuela, una nativa dell’isola e che – senza chiedermi denaro – mi accompagna alla ricerca di un ostello e mi spiega dove acquistare cibo, acqua, la colazione o cosa fare. Sull’isola, a parte il piccolo villaggio locale in cui trovare due guesthouse, uno ostello in tipico stile backpacker ma comunque molto caro e un Club Nautico carissimo e a dir poco pacchianissimo, non c’è molto altro tra cui scegliere per dormire. Ovviamente scelgo l’opzione più economica: una stanza nel caserio (il villaggio) per meno di 9 euro a notte e vista mare. Vista mare, in effetti, è riduttivo, poiché la stanza è provvista di terrazzo costruito direttamente sul mare, una meraviglia! La stanza è più che basica, solo un paio di letti, le prese elettriche per ricaricare il cellulare ma funzionanti solo di sera (sull’isola si vive di elettricità solare) e un bagno in comune in cui ci si lava “alla vecchia maniera”: secchio di acqua ed una ciotola. Per fortuna la mia esperienza indiana mi viene ancora una volta in soccorso e mi adatto più che velocemente.

Mucura e la sue gente mi rapisce totalmente e, l’isola, calma, sonnacchiosa e decisamente fuori dal tempo, mi affascina ancora di più quando, la mia prima sera, mi viene proposto di fare il bagno nel plancton! Di primo acchito sono un po’ scettica, mi sembra una trovata da turisti e, oltre tutto, anche parecchio costosa ma, poi, contrattando un po’, riesco ad ottenere il passaggio in barca verso la zona del plancton per la metà del prezzo proposto e, verso le 7 di sera, quando ormai è buio pesto, salgo sulla barca con due ragazzi colombiani e, accompagnati dalla brezza leggera della sera, arriviamo in una zona del mare circondata da mangrovie. La barca si ferma ed uno dei due ragazzi mi dice “chica, hay que bañarse ahora!”.

Metto la maschera, rifiuto il giubbotto di salvataggio e mi butto nel buio pesto del mare. L’acqua è calda e piacevole e, non appena muovo gambe e braccia, lo vedo brillare intorno a me, una scia dorata e brillante, il plancton! Comincio a ridere e sorridere come una scema, muovo le mani, vado sott’acqua e gioco come una bambina che vede per la prima volta il mare. Dopo qualche minuto, uno dei due ragazzi, si butta e – grazie alla sua guida – ci addentriamo ancora di più tra le mangrovie, dove il plancton è ovunque e luminosissimo. Dopo circa un’ora torniamo all’ostello ed io cedo presto alle avances di Morfeo e mi addormento con il rumore delle onde e dei bambini che giocano fino a tarda sera sul porticciolo sotto il mio terrazzo.

I giorni successivi a Mucura sono caldi, lenti, sonnacchiosi ma piacevoli. Mi divido tra le letture che amo, le mangiate di pesce freschissimo, le chiacchiere con gli altri viaggiatori o gli abitanti del villaggio e la contemplazione del tramonto. Salutata anche Mucura è il momento di Medellin. Ci arrivo alle 6 del mattino e frastornata dopo quasi 12 ore di viaggio notturno in un bus congelato dall’aria condizionata. Direttamente alla stazione dei bus scopro quanto questa città dalla nomea malfamata sia moderna, vibrante ed attiva.

Me la godo per tre giorni, alternando momenti di relax in ostello o in qualche caffè dallo stile hipster a visite per la città e per il meraviglioso Comuna 13, uno dei quartieri più sanguinosi della Colombia ma che oggi rinasce, giorno dopo giorno, grazie alle tante iniziative sociali e culturali che vengono organizzate dai cittadini stessi e dal Comune. Come tanti turisti, scelgo di visitare Comuna 13 con un free tour, consigliatissimo a chiunque voglia recarsi in città, e mi lascio convincere anche alla visita di Guatapé, un villaggio vicino a Medellin che trovo carino ma nient’altro che un villaggetto turistico dalle case dipinte. Medellin mi affascina, è viva, calda, circondata dal verde delle montagne e piena di vita. Il caos è ovunque, milioni di persone la abitano, ma nonostante questo la trovo decisamente piacevole, tanto che la saluto con tristezza quando decido di muovermi verso sud e la zona dell’eje cafetero.

Salento è una delle zone più popolari della Colombia ma io la trovo un po’ stucchevole. Il villaggio di Salento è piccolo e tranquillo ma fatto solo di negozi per turisti, case dipinte, ostelli e ristoranti. La Valle del Cocora, d’altra parte, è piacevole e verdissima e, nonostante la quantità di pioggia che mi prendo, trovo comunque il modo di godermi la nebbia sulle colline, il camminare sotto la pioggia saltando le pozzanghere e le chiacchiere con Pablo, il mio compagno di stanza in ostello che viaggia e lavora facendo foto e video. La prima sera, io e Pablo, non entriamo troppo in sintonia ma, il giorno seguente, ci troviamo a parlare di musica, libri, cultura europea e colombiana ed a scherzare sulle canzoni di Eros Ramazzotti e Laura Pausini, rendendo i miei giorni piovosi a Salento davvero interessanti. Nella mia permanenza a Salento decido anche di visitare una finca cafetera ma, ancora una volta, quello che presumibilmente pare essere un must turistico in Colombia a me sembra solo un modo come un altro per spillare un po’ di soldi. Questo ammettendo comunque che il venezuelano che mi guida nel tour mi racconta dettagli sulla storia e la coltivazione del caffè davvero interessanti e di cui non avevo lume alcuno, come ad esempio le proprietà benefiche di un caffè e limone di prima mattina! I miei giorni colombiani si tingono ancora di tristi saluti, infatti, dopo aver abbracciato anche Pablo, mi muovo ancora una volta e in direzione dello spettacolare deserto Tatacoa.

Il viaggio è lungo e mi impiega quasi tutto il giorno ma, arrivata a destinazione, all’ostello Noches De Saturno, trovo una deliziosa bandeja paisa ed una economica amaca dove dormire, rinfrescata dalla brezza serale del deserto. Anche qui non mi fermo tanto, il tempo sufficiente per ammirare le stelle insieme ad Oscar, dottorando in fisica astronomica, che mi racconta dei pianeti, delle stelle e mi mostra – attraverso il suo telescopio – una luna come non l’avevo mai vista e la mia costellazione, quella dei Gemelli; per perdermi letteralmente nel deserto insieme a Itzel, colombiana, e Kartiker, indiano, e salvarci miracolosamente – dopo l’avvistamento di un serpente – grazie alla cacca di cavallo che decidiamo di seguire per ritrovare la strada maestra; per sdraiarmi, a sera, sulla terra rossa, ancora tiepida, ed ammirare quelle stelle cadenti che, con così poco, riescono a far sognare generazioni da anni.

Il confine con l’Ecuador, la mia prossima meta, si avvicina sempre di più, ma il mio tempo in Colombia non è ancora terminato.

Dopo un veloce pit-stop in San Agustin, uno dei luoghi più misteriosi della Terra per via delle antiche popolazioni precolombiane che la abitarono e per la sua terra rigogliosissima e capace di far crescere qualunque cosa si pianti, arrivo a poco meno di 200 chilometri dal confine ecuadoriano, a Mocoa. Vicina alla foresta Amazzonica, immersa nella giungla, respiro l’aria di una terra fatta di misticismo. I riti sciamanici e la medicina indiana qui sono ancora vivi e la natura la fa da padrona. Cedo all’ozio, preservando solo le energie sufficienti per un bagno di natura e di acque chiare e freschissime alla cascata Fin del Mundo, un salto di 80 metri che vale la pena andare a visitare. Il resto dei miei giorni a Mocoa li passo all’ostello Samay, dove chiacchiero e bevo mate a bordo della piscina naturale dell’ostello insieme a Carolina, argentina, e Tom, tedesco, mentre mi lascio affascinare dalle spiegazioni di Juan David sui riti sciamanici, la medicina indigena e i viaggi di ayahuasca.

Annunci

Una risposta a "Tre settimane in Colombia"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.