Cammino di Santiago – Fine (?)

È difficile trovare le parole per descrivere la sensazione che si prova quando, dopo più di un mese di cammino e centinaia di chilometri nelle gambe, si arriva a Santiago.

Il giorno che ho percorso gli ultimi chilometri del mio Camino del Norte, circa ventitré, avevo già deciso che mi sentivo abbastanza in forma da dedicare altri cinque giorni al Camino de Fisterra y Muxia, motivo per cui sono forse arrivata a Santiago non con lo spirito della conclusione ma solo con l’idea che un grande traguardo mi attendeva ed io sarei stata solo di passaggio. Nelle prime ore di cammino, una pellegrina mi ha domandato se provavo sollievo, poiché Santiago era giusto “dietro l’angolo” e finalmente avrei concluso il mio lungo pellegrinaggio. Le ho risposto che ‘sollievo’ non era la parola che avrei utilizzato (anche se ancora adesso non saprei trovare una parola per descrivere il mio stato d’animo) poiché – guardando indietro – vedevo solo tanta felicità, anche nei momenti di stanchezza o di dolore, poiché anch’essi avevano del buono, anch’essi mi avevano insegnato e dato qualche cosa.

Negli ultimi chilometri però si fa un po’ di bilancio.

Ovviamente, si ricorda il dolore, alle gambe, ai piedi, alla schiena, alle spalle e persino alle mani o alle braccia se si suole camminare con i bastoni da trekking.

Vengono a galla i momenti più buffi, più gioiosi, più rilassanti, più costruttivi, più angoscianti e chiaramente quelli più inaspettati.

Si ripensa alle parole degli altri pellegrini, ai consigli di chi ha percorso il Cammino più volte o di chi semplicemente ha detto qualche cosa di molto intelligente.

Improvvisamente, ci si rende conto di cosa si è capaci di fare, della forza che si possiede, perché camminare lunghe distanze per tanti giorni di seguito non è da tutti.

Diventa estremamente chiaro, ancora una volta, che il Cammino è soprattutto determinazione e forza mentale, perché la maggior parte delle volte che si conclude una tappa lunga o molto dura non ci si arriva con le gambe ma con la testa.

In men che non si dica, poi, si arriva a Santiago.

Prima la città, il traffico, i cartelli, le strade larghe e piene di negozi. Poi, quando ci si avvicina al centro storico, si cominciano a vedere le guglie della Cattedrale e, allora, ci si emoziona. In pochi minuti, camminando tra la folla e gli altri pellegrini, si arriva alla piazza antistante la Cattedrale e, finalmente, ci si ferma, si riprende fiato.

Ecco, “l’ultimo passo”. Ecco, Santiago de Compostela e la sua immensa Cattedrale.

Al vedere la Cattedrale pensavo mi sarei commossa, pensavo che le lacrime avrebbero solcato il mio viso e invece è stata l’euforia a farla da padrone. Solo ore più tardi, durante la Messa del Pellegrino, di fronte allo scrigno che racchiude le spoglie di San Giacomo, sola, nella cripta, ho ripensato a tutti i pellegrini che nel corso dei secoli si sono trovati di fronte a quello che stavo guardando io e, allora, mi sono commossa.

Ho pianto ripensando all’abbraccio dell’hospitalero di Irun la mattina del mio compleanno; alle lacrime del mio compagno di cammino JA la sera che è dovuto tornare a Madrid, interrompere il Cammino e quindi dirmi (forse) ‘addio’ per sempre; alla mia compagna di sventura cilena nel dolore dei primi giorni ed ai nostri pomeriggi passati a chiacchierare e a farci impacchi d’argilla per calmare le infiammazioni; alla signora che mi ha donato cibo e acqua o a quella che mi ha offerto un caffè in casa sua perché il primo bar era a chilometri di distanza o, ancora, a quella che mi ha scortata sotto la pioggia, con il suo ombrello, alla farmacia più vicina; all’ostello di Sergio, in Asturia, e alla sua filosofia di vita raccontata davanti ad una bottiglia di Limoncello italiano e in compagnia di tante risate; alla natura che mi ha accompagnata per tutti i miei giorni di cammino e, infine, alla bellezza della “strada”, al mio Cammino e a tutti i prossimi che percorrerò.

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