Cammino di Santiago – Inizio

Il giorno in cui ho cominciato il Cammino di Santiago compivo 33 anni e pioveva così forte che quasi nessuno di quelli che aveva deciso di cominciare a camminare quel giorno si è messo effettivamente in viaggio. Io, essendomi fatta una promessa, ho sfidato le intemperie e mi sono mangiata i miei primi 24 chilometri a piedi. Nel momento in cui sono arrivata a San Sebastian, stanca, completamente fradicia, infreddolita e scossa dai venti che imperversavano sul lungo mare, mi sono sentita Wonder Woman; a distanza di qualche giorno di cammino, forse, non rifarei lo stesso.

Dicono che il Cammino ti cambi per sempre. Questo ancora non lo so, quello che so è che ti insegna tantissimo, più di quello che si possa immaginare e più velocemente di quanto si possa credere.

Il mio secondo giorno di cammino, baldanzosa, mi sono avviata verso la seconda tappa con l’idea di fare più chilometri del previsto, andare più veloce, arrivare prima di tutti. Qualche ora dopo, un dolore atroce al muscolo tibiale della gamba sinistra mi ha mandata fuori di testa ma ho comunque fatto più chilometri del previsto, come anche il giorno successivo. Ho camminato altri due giorni con questo dolore e poi, inevitabilmente, ho deciso di fermarmi.

Dovevo fermarmi, faticavo a camminare.

Il mio quinto giorno di cammino ho guardato i pellegrini alzarsi presto al mattino, partire, muovere i primi passi della giornata verso la prossima meta, mentre io, triste e abbattuta, mi avviavo sotto una pioggia fina alla ricerca di un ostello dove fermarmi un’altra notte e riposare, con la speranza che succedesse un miracolo e potessi continuare a camminare il giorno successivo.

Il Cammino ci aveva messo solo un paio di giorni a mostrarmi ciò che forse non volevo vedere; infatti mi ero ostinata a camminare altri due giorni prima di fermarmi, nonostante i crampi e i dolori al muscolo ormai contratto e sofferente. Ero talmente concentrata sui chilometri, sull’arrivare, sull’essere prestante, sul mettere la spunta anche a questa esperienza, che ho dimenticato di godermi il cammino, i passi, il piacere del parlare con gli altri pellegrini, dell’ascoltare le loro storie e, sopratutto, del raccontare la mia. Ci ho messo qualche giorno ma poi ho capito, mi sono ricordata che il Cammino non è cosa fai per arrivare ma cosa fai mentre stai arrivando.

Il Cammino ti fa davvero capire che il “premio” non sta nella meta, ma nel viaggio stesso. Che non importa se un giorno si cammina 10 chilometri o 30, che la soluzione migliore è spesso la più ovvia e che ogni giorno è diverso dal precedente, perciò se lo passi “solo a camminare per arrivare in ostello e farti una doccia” allora è un giorno buttato.

Insomma, al primo giorno di stop ne sono seguiti altri due e, una volta conclusi, il miracolo è successo sul serio: ho ripreso a camminare ed è stato come se non mi fossi mai “fatta male”.

Mi piace pensare che sia stato il Cammino stesso a darmi una seconda opportunità, a dirmi “Ok Anna, adesso hai capito, hai capito che il Cammino non è una gara, è vita. Però attenta a non ricascarci!”.

Non nego che fare i conti con il mio ego, con il mio orgoglio, e prendere quel bus che da Markina (dove mi ero fermata) mi ha portata a Bilbao per evitare quasi 50 chilometri di cammino e permettermi di riposare (o forse capire?) sia stata una scelta difficile nella sua immensa semplicità. Però, come giustamente afferma mia sorella maggiore, dovremmo imparare tutti ad essere come Google Maps che, quando sbagliamo una strada o ci perdiamo un po’, in men che non si dica, ricalcola il percorso e trova la via alternativa senza troppi problemi. Flessibilità senza rimpianti, perché anche i giorni che non programmiamo sono meravigliosi, forse più di quelli che avremmo vissuto se tutto fosse andato come avevamo previsto.

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Una delle mie canzoni preferite dei Mercanti di Liquori si chiama Il viaggiatore e in una strofa vengono cantate queste parole:

Se impari la strada a memoria non troverai certo un granché; se invece smarrisci la rotta, il mondo è lì tutto per te.

Se il Cammino non mi avesse messo in guardia non avrei mai vissuto la gentilezza degli sconosciuti che ti aiutano quando ti vedono in difficoltà, non avrei compreso l’immenso valore benefico che ha una buona chiacchierata con un compagno pellegrino che sta vivendo la tua stessa situazione, non avrei forse avuto così chiaro l’amore e l’affetto che hanno i miei cari ed i miei amici per me quando sanno che non sto bene e, soprattutto, mi sarei persa la bontà dei pinxtos baschi!

Insomma, dicono che percorrere il Cammino sia come una metafora, che si cammina la vita stessa. Si nasce, si cresce, si invecchia e si muore. È naturale, non c’è da avere paura. Basta vivere, e cercare di vivere bene, no?

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