26 giorni in Nepal

La mia permanenza in Nepal non è durata più di un mese scarso e, per esperienza, so che non è un lasso di tempo sufficiente per “inquadrare oggettivamente” un paese ma, quanto meno, per averne un succoso assaggio sì.

Ci sono tante cose che mi sono piaciute di questo angolo di mondo, alcune che mi hanno decisamente fatto innamorare ed altre che invece mi hanno lasciata perplessa o fatto innervosire. Dopo tutto, come dicono i nepalesi, “non cercare di cambiare il Nepal perché sarai lui a cambiare te”. Ho ripensato spesso a questo ‘motto’ che suona molto come il buon vecchio ‘vivi e lascia vivere’ e, come per India e Sri Lanka, ho capito che è una grande verità, perché l’Asia ti insegna ad accettare, a osservare senza essere arrogante e, se lo capisci, vivi sicuramente più felice un viaggio o una permanenza in questo continente.

“Saggezze” estemporanee a parte, dopo mesi di spostamenti quasi frenetici da un luogo all’altro del subcontinente indiano e della meravigliosa isola dello Sri Lanka, ammetto che il Nepal per me è stato solo movimento lento e un po’ di sano ozio, quello per cui noi italiani siamo decisamente famosi e altamente portati.

monkey temple Kathmandu nepal

Dopo due settimane a piedi tra le montagne, un’esperienza che mi ha riportata indietro di anni ed ha decisamente testato il mio fisico (con buoni risultati per fortuna!), ho deciso che i giorni rimanenti di viaggio in Asia dovevano essere stanziali ed ho scelto come ‘casa’ prima la quieta cittadina di Pokhara e poi il più frenetico quartiere Thamel della capitale Kathmandu.

Se dovessi dire che cosa ho fatto in queste quasi due settimane, farei forse fatica a mettere insieme più di una decina di cose diverse dal mangiare, dormire, chiacchierare con amici e compagni di trekking, gironzolare per negozi, meditare, fare yoga, scrivere, leggere e – ancora – dormire. Settimane in cui ho ‘tirato un po’ di somme’, in cui ho pensato a cosa vorrei fare i prossimi mesi, a cosa non ho assolutamente voglia di fare, a cosa forse dovrei fare e che molto probabilmente non farò e a cosa non dovrei forse fare e che molto probabilmente invece farò.

 

Ho deciso, a dire il vero già da un po’, che questo mio piccolo ‘esperimento sabbatico’ non finirà con questo viaggio ma proseguirà ancora per qualche settimana (o forse mese?).

Ho capito che l’Asia mi ha dato tantissimo in questi anni, che si tratta di una parte di mondo che amo e che sicuramente visiterò ancora in futuro ma che, per il momento, metterò in stand-by in favore di altro.

Ho realizzato, ancora una volta, che pianificare troppo non fa per me e che per fare le cose bene bisogna andare piano.

Esattamente come quando si ‘scala una montagna’, è essenziale trovare il proprio passo, testare il proprio fiato, prendersi il tempo necessario, e – poi – semplicemente mettere un piede di fronte all’altro finché non si arriva alla meta o alla destinazione successiva.

Ho messo insieme un po’ di recenti ricordi e, rendendomi conto di tutto quello che ho vissuto e sperimentato in questi pochi mesi, mi sono sentita incredibilmente fortunata, perché mi sono regalata tanto e ho cercato di viverlo il più pienamente possibile.

Il deserto a dorso di cammello; i piatti speziati della cucina dell’Asia; le folli corse sui rickshaw; le gite in motocicletta; nuotare con le tartarughe in un mare così azzurro da sembrare una piscina; camminare per ore nei sentieri di alta quota; perdersi tra le vie di alcune delle città più popolose del mondo tra il caos, l’umanità e i 44 gradi di temperatura; parlare con gli sconosciuti; farmi dei nuovi amici; scoprire culture tanto diverse dalla mia; passeggiare a piedi nudi su una spiaggia deserta; aggirarsi scalzi tra i gradini umidi e freddi dei templi hinduisti; passare la mano sulle ruote di preghiera dei templi buddisti e ascoltare il rumore delle bandiere colorate mosse dal vento; struggersi di fronte ai tramonti sul mare; accogliere un nuovo giorno con le albe sulle montagne a meno due gradi e sotto i dolci fiocchi di neve che cadono a 4000 metri; addormentarsi sotto cieli stellati o con il rumore delle onde dell’Oceano; dividere un termos di tè caldo con i tuoi compagni di trekking dopo chilometri a piedi; giocare con le onde come se avessi di nuovo 10 anni; le vibrazioni della musica trance a Goa; la neve; il sole; il vento; la pioggia; la sveglia alle 4 del mattino durante il corso di meditazione Vipassana, meditare e riaprire gli occhi con le prime luci del giorno che entrano piano nella sala comune di meditazione; i sorrisi dei bambini quando li saluti e dici loro il tuo nome; la spiritualità; l’amore; l’amicizia; la condivisione; la nostalgia; la solitudine; la gioia; la tristezza; la curiosità; la semplicità; la libertà.

Routine ed improvvisazione. Noto ed ignoto. Conforto e sconforto. Docce fredde e docce calde. Viaggi comodi e altri decisamente scomodi. Letti e giacigli improvvisati. Piangere e ridere. Fare e disfare lo zaino. Spostarsi a piedi, in bicicletta, in motocicletta, in macchina, in rickshaw, in bus, in treno, in jeep, in autostop.

 

Il viaggio, quello lento.

La magia del sentirsi liberi.

Niente giorni della settimana, niente mesi dell’anno, niente ore prestabilite, niente appuntamenti inderogabili.

Libertà ed uno zaino sulle spalle, sempre pronti a partire.

128 giorni di viaggio e la conclusione di questo mio secondo viaggio in Asia in uno dei paesi più affascinanti che abbia mai visitato, il Nepal, dove la gente è cordiale, dove il cibo non è solo momo ma tanto altro, dove le montagne la fanno da padrone, dove la vita nei villaggi di alta quota fa commuovere per la sua semplice bellezza e dove al mattino ci si sveglia con un buonissimo odore, simile a quello del rosmarino, dovuto agli incensieri di preghiera accessi e pieni di un misto di erbe che mi hanno detto chiamarsi quale cosa come dupee sang.

L’ho cercato questo dupee sang, per portalo a casa con me ma, poi, quando l’ho trovato, ho deciso di lasciarlo dov’era, dove appartiene.

Ho vissuto con questo odore nelle narici per 26 mattine. Un aroma che a me ha ricordato l’odore che hanno le focacce al rosmarino appena sfornate e la strada che percorrevo a piedi da bambina, per andare a scuola, e che a volte prevedeva una pausa al forno di quartiere per acquistare la merenda. Mi ha ricordato una felicità pura e semplice, quella che solo i bambini (o magari i nepalesi di montagna) hanno ancora.

Mi ha ricordato tanta bellezza.

DSCN1661

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