15 giorni in Nepal

48 ore di viaggio, tra treni ed autobus, ed arrivo a Pokhara (in Nepal) direttamente da Varanasi. A Pokhara non mi trattengo molto, giusto il tempo per organizzare il trekking nell’area dell’Annapurna.

Due giorni dopo il mio arrivo in Nepal, comincio a camminare e lo faccio direttamente dalla cittadina di Besisahar, dove ufficialmente comincia il circuito dell’Annapurna, un trekking che può durare anche tre settimane e che comprende il famoso passo Thourong dell’altezza di 5416 metri.

Già con le prime tre ore di trekking, mi procuro due belle vesciche ai piedi (che mi porterò dietro con dolore per tutti i miei giorni di cammino) ma anche due meravigliosi compagni di avventura, una ragazza bulgara ed un ragazzo slovacco. Dopo il primo giorno insieme, diventiamo una famiglia.

Per quasi 11 giorni dividiamo la fatica della ascesa da una altezza di quasi 900 metri sino alla vetta di Thourong La Pass.

Condividiamo i chilometri sulle gambe, il vento, la pioggia, il freddo, le bruciature del sole sul viso, la neve, l’assenza di docce o di docce calde, le cene consumate a lume di candela (perché non c’è elettricità in certi villaggi arroccati oltre i 3000 metri), lo studio topografico della mappa del percorso, la paura del temibile mal di montagna (che affligge moltissimi hikers) e, infine, la bellezza dell’area dell’Annapurna in questa stagione, con le sue cime di oltre 6000 o 7000 metri, innevate e che si stagliano potenti di fronte a noi mentre i pendii più bassi, ricchi di vegetazione, si adagiano verso valle dove scorre impetuoso un fiume di alta montagna o una cascata.

Più di 140 chilometri a piedi tra piccoli villaggi di montagna dalle casette basse, di pietra o legna, con i fuochi delle cucine sempre accesi e gli abitanti dal sorriso gentile che ti salutano a suon di “namasté”.

Donne dai copricapo fatti di sciarpe legati in testa alla maniera tibetana e che fumano accovacciate fuori dalle porte delle case o attorno ai fuochi delle cucine; uomini nascosti dietro cappelli di lana o lunghi baffi che portano in giro mucche, cavalli, asini, capre o yak; e bambini dal viso tondo e gli occhi vispi con le manine sempre alzate a salutare lo straniero che lentamente passa o arriva per spendere la notte in questi luoghi “remoti” e – in parte – ancora incontaminati.

Nel mio nono giorno di trekking svalico il passo, compio “l’impresa” di ascendere da quasi 4500 metri sino alla vetta di 5416. Sveglia alle 4 del mattino, colazione alle 4.30 e in marcia alle 5. A quell’ora, anche le montagne si svegliano, e le prime luci del sole sono già visibili mentre la luna sta ancora a guardare nel cielo. Un’alba faticosa ma capace di riempire gli occhi di bellezza e le orecchie di un magico silenzio. In una ora circa arrivo sino all’High Camp, circa 5000 metri di altezza. Mi ci voglio poi altre 3 ore e mezza per raggiungere la vetta e, finalmente, esultare quasi piangendo per il compimento dell’impresa, decisamente una delle cose più faticose mai compiute nella mia vita ma anche una delle più eccitanti.

Dopo il passo, mi concedo altri due giorni di trekking, tutti in discesa, e poi decido di terminare il mio Annapurna’s Circuit con un bel viaggio di quasi 13 ore in bus per raggiungere nuovamente Pokhara e recuperare parte del mio bagaglio. Sul bus, tra una buca e l’altra, percorrendo quella che sembra più che altro una “carraia” e non una strada, ripenso ai chilometri percorsi ed alla bellezza di averli macinati a piedi, gentilmente, e mi rendo conto di quanto avesse ragione Le Breton nell’affermare che

l’atto del camminare immerge in una forma attiva di meditazione che sollecita la partecipazione di tutti i sensi, si cammina per nessun motivo, per il piacere di gustare il tempo che passa, per scoprire luoghi e volti sconosciuti, o anche, semplicemente, per rispondere al richiamo della strada. Camminare è un modo tranquillo per reinventare il tempo e lo spazio. Prevede una lieta umiltà davanti al mondo.

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