78 giorni in India e il capitolo Varanasi

L’arrivo a Varanasi è India allo stato puro, specialmente dopo i giorni di Goa e la sua tranquillità post stagione estiva e pre-monsonica.

Non mi faccio mancare niente.

La puntuale “litigata” con i tassisti per il prezzo da pagare per farmi portare in città.

La strada polverosa su cui ci si muove ai 20 all’ora tra macchine, autocarri, mucche, motorini, motociclette, biciclette, rickshaw, carretti di street food e, ovviamente, persone.

Ai bordi delle strade, pile di pietre, terra o mattoni. L’impressione è quella di una città che ha appena subito un bombardamento o un terremoto.

Il taxi procede e vedo l’umanità indiana muoversi tra macerie e buche nelle strade; affacciarsi dalle baracche ai lati della strada, dalle case, dai negozi improvvisati sotto tetti di paglia o dentro a garage consumati. Ovunque, persone. In piedi, agli stalli del chai o della soda al limone fresca; sedute su bidoni, resti di marciapiede o attorno ad un fuoco che brucia spazzatura.

Il suono dei clacson è instancabile l’aria quasi irrespirabile, densa di smog e polvere tanto che, persino da dentro il taxi, faccio quasi fatica a respirare e, arrivata alla mia guest house, ho l’impressione di aver addosso tutta la sporcizia dell’India.

Mi avevano detto che Varanasi è ‘real India’, come se quello che ho visto fino ad ora non lo fosse a sufficienza.

Ma, in effetti, Varanasi è sapori, odori, colori, suoni dell’India portati all’estremo. I suoi vicoli, quelli vicino ai ghat, offrono la possibilità di vedere le bellezze dell’India, il suo folklore. L’arancione dei bonzi e dei santoni hindu; le voci di strada o dei venditori che chiamano i loro acquirenti; i fumi delle pire crematorie sui ghat, degli incensi nei templi e delle street kitchen ricavate in piccole basse e stanze, al pian terreno degli edifici, a fianco delle botteghe degli artigiani; il Gange, unico nel suo genere, affascinante come pochi posti nel mondo.

Varanasi ha sugellato il mio sodalizio indiano. È stata per me l’emblema dell’odio e dell’amore che provo per questo paese di contrasti e di paradossi.

La sera che l’ho lasciata, sulla strada della stazione per prendere il treno notturno che mi ha portata vicino al confine con il Nepal, ho provato una istantanea e forse inspiegabile nostalgia. Le persone, per strada, vedendomi camminare con il mio zaino in spalla mi auguravano buon viaggio e buona fortuna, come se leggessero sul mio volto che stavo lasciando e, anche a non volerlo ammettere, ero triste. Le migliori storie d’amore (forse) sono quelle travagliate, e la mia con l’India lo è stata sicuramente. Questo Paese mi ha insegnato tanto, su me stessa e sul mondo che ci circonda, forse più di ogni altro posto dove ho vissuto e molto più velocemente.

La notte che ho lasciato Varanasi ho guardato per un po’ fuori dal finestrino del treno e, nella campagna dell’Uttar Pradesh, ho scrutato i fuochi accesi anche di notte, annusato l’aria all’odor di fumo una ultima volta e assaporato il mio chai. Ho ripensato alle parole di una amica, ‘Perché torni in India se tutto è caos e dici di essere stanca?’. Mentre il treno si muoveva lento e le persone nel mio compartimento si preparavano per la notte e mi guardavano incuriositi, come capita spesso, ho capito perché.

Perché l’India non ha mezze misure, perché la si ama e si odia allo stesso tempo, perché è viva, perché è bellissima e spaventosa. Perché è unica.

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