12 giorni in Sri Lanka

Colombo, Sri Lanka.

Arrivo nella capitale della ‘lacrima dell’India’ quasi a mezzanotte e, non appena tocco gli arrivi dell’Aeroporto Internazionale di Colombo, comincio il solito balletto con i tassisti per contrattare la tariffa adeguata. La mossa già sperimentata in India – “con Uber pago meno” – pare funzionare anche qua e salgo sul mio taxi per metà del prezzo proposto.

La corsa, circa 20 minuti, ha quasi del surreale. Il tassista, dopo qualche chilometro, mi chiede di inserire il navigatore e di guidarlo al mio ostello. Guida a dir poco distrattamente e, tra il parlare con me e guardare il navigatore, rischia 3 incidenti e sbaglia 2 volte strada. Ringrazio che sia mezzanotte e che le strade siano quasi vuote.

All’ostello mi accoglie una signora di età indefinita, potrebbe avere 40 anni come 60 che, con un quasi incomprensibile inglese, mi accompagna al mio letto nel dormitorio dell’ostello (vuoto, che fortuna!) e, invece di porgermi le lenzuola come normalmente succede, mi fa il letto con cura e mi lascia augurandomi “good night darling”.

La mia prima notte in Sri Lanka mi addormento con la sensazione di una mamma che mi rimbocca le coperte prima di coricarmi.

Colombo, la capitale, nonostante le poche attrazioni turistiche, si rivela una città piacevole. Ottimo cibo, tante zone di verde, un affaccio sul mare abbastanza suggestivo, negozi di ogni genere, traffico ma non troppo ed una rete di bus e trasporti davvero funzionale e che mi porta, già nel mio primo giorno in Sri Lanka, fino alla costa opposta, a Trincomalee, per gli amici Trinco.

Trinco è tranquilla, diverse guesthouse dal prezzo accessibile, ottimi ristoranti e tanto relax. Unica pecca: la spiaggia non è per niente pulita. I locali mi dicono che sia per via della “stagione” ma non capisco se sia una ragione di correnti marine o, visto che forse la stagione turistica sta declinando in questa parte dell’isola, non ci si cura di pulire la spiaggia. Misteri dell’Asia che supero unendomi, insieme alla mia compagna di stanza cilena, ad una pulizia serale della spiaggia improvvisata da un gruppo di ragazze europee. Poco meno di un’ora e riempiamo una decina di sacchi di plastica di detriti e spazzatura e andiamo a cena più tranquille.

Dopo due giorni a Trinco decido di seguire la strada della costa est e andare fino ad Arugam Bay, popolare meta di surfisti. Spezzo però il viaggio in bus fermandomi una notte a Baticcaloa, per gli amici Batty.

Batty si rivela una chicca. Nel villaggio vicino alla spiaggia dove trovo da dormire siamo in tutto una decina scarsa di turisti. Mi godo i chilometri di spiaggia in solitaria, i ragazzini che si tuffano tra le onde nel tardo pomeriggio e, soprattutto, la cena cucinata da Manoj, il proprietario della guesthouse Soul Connection. Siamo 4 quella sera, io e altri 3 francesi. Una coppia di Grenoble che, ogni anno, tra febbraio ed aprile fa due mesi di viaggio in posti esotici, e un ragazzo di Nantes in anno sabbatico che da anni vive tra Bangladesh e Pakistan insegnando francese. Ottimo cibo, perfetta compagnia e un dolcissimo Manoj che, al mattino successivo, nel momento di pagare il conto, mi chiede se il prezzo totale (13 euro per pernotto, cena e colazione) mi va bene, visto che ho davanti a me un viaggio lungo e potrei non avere soldi a sufficienza. Mi saluta poi lasciandomi il suo contatto e mi prega di scrivergli quando sarò di nuovo in India, nel nord, perché ha ottimi amici là e sarebbe felice di aiutarmi.

Dopo 5 ore di bus a trenta o più gradi arrivo ad Arugam Bay e, non appena vedo l’hut in cui passerò i prossimi giorni, mi innamoro. Onestamente si tratta di una bassa palafitta di legno con solo il letto ed un piccolo comodino all’interno ma io mi sento a casa. The Beach Hut ha esattamente quello che stavo cercando: il rumore dell’Oceano, tranquillità e relax. Per fortuna è bassa stagione, i surfisti arrivano qua verso aprile-maggio per le onde, e i turisti sono pochi. La sera si cena tutti insieme al ristorante del Beach Hut e, per pochi giorni, si crea una famiglia con cui condividere storie, esperienze, qualche birra, il ‘pericoloso’ Arrack e ottimo cibo.

Il mio secondo giorno ad Arugam Bay mi faccio portare in giro dal proprietario degli hut nella vicina riserva naturale di Panama, alla ricerca di animali selvatici, e la cosa si rivela persino meglio del previsto. Avvisto coccodrilli, elefanti, daini, uccelli di ogni tipo e colore e tantissime scimmie.

Per la prima volta, in settimane di viaggio, ho la sensazione di aver trovato un posto in cui vorrei stare a lungo, che potrei chiamare casa per un po’, o che forse rivisiterò nei prossimi anni.

Come spesso poi accade, cambio plan e, invece di dirigermi verso l’interno dell’isola e a Sri Pasa (la montagna di più di 2000 metri dove sorge un tempio buddista e meta di pellegrinaggi), scelgo di rimanere sull’Oceano ancora per qualche giorno prima dell’arrivo dell’amica che mi farà compagnia gli ultimi giorni in Sri Lanka.

Da Arugam Bay, 6 ore di bus, e arrivo a Tangalle, costa sud dello Sri Lanka. Scelgo un homestay un po’ appartato e nella giungla (forse persino troppo visto che il primo giorno un serpente si lancia dal tetto al tavolo della veranda dove sto prendendo il tè!) e distante 5 minuti a piedi dalla spiaggia. La famiglia che gestisce l’homestay è di una dolcezza incredibile. La Mamma del ragazzo che mi accoglie e che parla il migliore inglese mi porta tazze di ottimo tè ogni volta che mi vede in veranda a riposare o a leggere, le cene di pesce e di riso e curry che consumo da loro sono squisite ed abbondanti. La stanza poi è davvero una chicca: pulita, confortevole e tranquilla.

Le onde sono potenti a Tangalle, si percepisce la forza dell’Oceano ma è davvero meraviglioso. Anche qui non molti turisti, ci sono più guesthouse ed hotel che avventori e io ringrazio ancora una volta per la tranquillità.

Per tre giorni torno decisamente bambina e passo le giornate a leggere all’ombra delle palme, a giocare a beach volley con i ragazzi del villaggio quando arriva il tramonto o a saltare con loro le onde, a provare a pescare con solo maschera, boccaglio e una sorta di arpione (inutile dire che non ho preso nemmeno un pesce) e a chiacchierare con il ragazzo del mio homestay che mi racconta dello Tsunami del 2004 e delle tante “voci tristi”, come le chiama lui, che per giorni si sono sentite nelle zone colpite da questa calamità.

La mattina che lascio Tangalle per dirigermi nuovamente verso Colombo, la famiglia mi saluta abbracciandomi con calore e io sento davvero di aver lasciato un pezzettino di cuore in questo luogo fatto di semplicità, quiete ed affetto.

Coste dello Sri Lanka, ci rivediamo presto.

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