48 giorni in India

Avrei voluto scrivere il post “50 giorni in India” (o magari “50 sfumature di India”) ma il ritiro Vipassana a cui parteciperò mi precluderà l’utilizzo di connessione quindi il blog ha dovuto anticipare i tempi. Buona lettura, ci vediamo dopo le elezioni politiche in Italia (se vince Berlusconi non ci vedremo per un bel pezzo).

Ancora a sud.

Il Kerala regala un verde inaspettato per l’India, intenso e color smeraldo, specialmente nelle ore più calde del giorno.

Una fitta area boschiva, sia nella zona di Munnar sia in quella di Kumily (Thekkady), e chilometri e chilometri di piantagioni di tè dall’odore intenso e ammaliante. Ogni volta che queste vallate si presentano agli occhi, si ha voglia di scattare una fotografia, consapevoli che sarà pressoché impossibile portare con sé quel colore, la luce e – soprattutto – l’odore. Galoppando con lo scooter qua e là per le colline di Munnar, attraversando le piantagioni di tè, mi chiedo come dovesse essere questa zona all’arrivo degli inglesi, durante l’epoca coloniale, e negli anni in cui era una nota meta di villeggiatura dell’impero.

Kumily, Thekkady, all’imbocco del Parco Nazionale del Periyar incanta più che altro per la sua modesta tranquillità.

La riserva naturale, teoricamente abitata da 44 tigri e da elefanti selvatici, ogni giorno ospita piccoli gruppi di turisti alla ricerca dello scatto perfetto. Praticamente impossibile vedere tigri, anche se assicurano che “qualcuno, ogni anno, le vede” e altrettanto difficile avvistare elefanti selvatici. La zona è però ricca di bisonti, cervi, scimmie, uccelli colorati, farfalle e la fitta vegetazione riporta l’uomo in contatto con la natura, una dimensione che spesso si scorda viaggiando in India.

Come spesso poi accade quando si viaggia in queste zone del Mondo, quello che rimane non sono tanto i luoghi che si visitano ma i volti, gli odori, i colori e le sensazioni. Dopo qualche settimana di viaggio diventa infatti chiaro che l’India non è un Paese in cui ci si deve recare per “vedere cose e visitare località”, ma piuttosto un Paese da assaporare, sentire, sperimentare e toccare.

Ognuno trova il suo “stile” qui e, come una volta qualcuno mi ha detto, “India has a face for everybody”. Un Paese che ti parla a seconda del tuo stato mentale e fisico, che ti trascina se ti lasci trasportare, che ti ammalia se ti apri con fiducia.

Attivare tutti i 5 sensi è imprescindibile nel subcontinente indiano.

Mangiare local o bere un chai accompagnato da una gustosa frittella ad un “tea stall” vicino ad una stazione; fare un viaggio di 6, 8, 12 ore su un autobus degli anni ’50, alle 5 del mattino, percorrendo una strada piena di buche mentre sorge il sole, pressato come una sardina, insieme ai locali che si recano a trovare amici e famigliari, che vanno lavoro o a scuola; o anche solo prendersi il tempo per fare una piccola deviazione verso villaggi o zone turistiche meno trafficate, diventeranno le esperienza migliori che possiate scegliere di regalarvi.

Poi, a volte, in queste situazioni, si incontrano altri viaggiatori, erranti, stranieri, e allora si condivide.

L’incontro con Alex.

A Thekkady racconto dell’esperienza Vipassana che mi appresto a fare ad Alex, un ragazzo tedesco di Berlino conosciuto durante il trekking di una giornata nella riserva del Periyar. Se la ride di gusto quando gli comunico che – tra le regole del ritiro – c’è quella di astenersi da eventuali abitudini intossicanti (alcol, fumo e droghe) almeno 15 giorni prima di partecipare al ritiro. Quando poi gli racconto che non sarà consentito parlare per tutto il tempo del corso (10 giorni) rimane pressoché sconcertato ma, poi, qualche ora dopo, a cena, mi chiede: “Pensi che questa esperienza di meditazione ti cambierà la vita?”. Rispondo molto velocemente, forse troppo, “no, non credo proprio”, e, pochi secondi dopo, mi pento di aver dato una risposta così scettica. Da anni penso che le presunte certezze siano la rovina delle anime ma, a volte, sbaglio ancora. Alex rimane in silenzio qualche minuto e poi mi dice: “Io posso dire di aver fatto una esperienza simile e che, in un certo senso, mi abbia cambiato la vita. Anni fa ho partecipato ad un ritiro, solo tre giorni a dire il vero, ma totalmente disconnesso dal mondo. Si trattava di una sorta di ‘corso di management’ a cui la compagnia per cui lavoravo mi aveva iscritto. Ho partecipato a tonnellate di questi corsi negli ultimi vent’anni ma solo questo posso dire mi abbia davvero colpito. Era consentito parlare però”.

Mi racconta quindi di come questo corso gli avesse “aperto gli occhi” sulla quotidianità, sulle piccole cose importanti della vita e sulla quantità di energia che ogni giorno, mese, anno della nostra vita sprechiamo nel rimuginare su insignificanti azioni o decisioni. Portare a termine un progetto o un obiettivo, in realtà, è molto più semplice di quanto si possa credere, basta sapersi assumere la responsabilità di farlo e accettare le eventuali conseguenze. Il punto è che tante, tantissime, sono le energie fisiche e mentali spese a domandarci quale possa essere l’acquisto migliore per la nostra cucina, quale assicurazione dovremmo sottoscrivere o – semplicemente – se sia meglio fare la lavatrice oggi o domani. Un dispendio che potrebbe essere evitato se solo imparassimo ad accettare gli eventi o a diminuire le nostre aspettative. Più facile a dirsi che a farsi, vero, ma – onestamente – corretto.

Mi parla poi dei suoi hobby, dei suoi progetti futuri e di come abbia deciso – a luglio scorso – di lasciare il lavoro e concedersi un anno (o forse più) sabbatico. Fa una piccola pausa e poi mi dice, “Forse tu stai facendo body-detox, io sto facendo un job-detox!”, dopodiché si corregge e mi conferma “a dire il vero anche tu stai facendo un job-detox!” e ci facciamo una risata. La storia di Alex mi colpisce, non tanto per il “job-detox” (siamo sulla stessa barca come si suol dire e, oltre tutto, non siamo di certo i soli ad aver preso una decisione simile), ma per quello che mi racconta quando gli domando se in Germania sia previsto una sorta di aiuto economico (una disoccupazione) per chi lascia il lavoro volontariamente. Mi conferma di sì ma poco dopo mi dice che lui ha deciso di rifiutarlo, di non richiederlo.

Ho passato 20 anni a pagare le tasse, a fare il mio ‘dovere’. 20 anni nel sistema. Il sistema però non mi piace e io non ne voglio fare parte. So che la mia decisione, dal punto di vista economico, non è molto saggia, ma non volevo perdere la mia libertà. Non volevo essere costretto a partecipare a corsi formativi organizzati dai centri dell’impiego, a presentarmi a colloqui di lavoro a cui non sono interessato o a riportare la mia situazione a qualche sconosciuto che, ogni mese, viene pagato per trovarmi un lavoro. Non penso che queste persone non debbano fare il loro lavoro ma io voglio essere ‘lasciato in pace’, libero di gestire il mio tempo, il mio denaro e le mie priorità di vita. Tra qualche mese, quando finirò i soldi, forse troverò un altro lavoro o magari deciderò di avviare un mio business…ma non chiedermi cosa!”.

Sorrido perché mi zittisce ancora prima che possa fargli questa domanda scontata e poi cambiamo argomento.

Coraggio, è la parola che mi viene in mente quando ripenso ad Alex.

Affinità, la seconda che mi sovviene ogni volta che incontro persone come lui.

Comprensione, la terza parola che ricordo quando le persone che mi circondano non mi rispondono “sei fortunata” nel momento in cui racconto loro della mia situazione attuale.

Prima del Vipassana mi concedo un altro di quei viaggi lenti che piacevano tanto anche a Terzani.

Quelli che permettono di “riscoprire un’umanità, quella dei più, quella di cui uno, a forza di volare, dimentica quasi l’esistenza: l’umanità che si sposta carica di pacchi e di bambini, quella cui gli aerei e tutto il resto passano in ogni senso sopra la testa”.

Quando arrivo a Madurai ci sono 38 gradi, fa caldo ed esperimento di nuovo, in testa e sulla pelle, il caos dell’India.

Mi riempio di nuovo gli occhi di quella santità indiana fatta di mendicanti agli angoli delle strade, di bramini o santoni seduti con le gambe incrociate sugli scalini sporchi e macchiati di offerte votive delle chiese o dei templi, di animali per le strade, di incenso e di polvere che si alza dalle vie non lastricate.

Mi mancherà tutto questo nei 10 giorni di silenzio e meditazione?

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.