30 giorni in India

Alla stazione di Hospet, dal treno scendono quasi più turisti che indiani ed è piuttosto semplice trovare un tuktuk che, per meno di 3 euro, ci porti fino al villaggio di Hampi, famoso per le sue rovine, i templi hindu e il grande complesso archeologico.

Hampi, divisa in due da un fiume, presenta una parte “turistica”, piena di caffè, ristoranti, agenzie di viaggio, etc. ed una parte meno battuta, dove le stanze costano pochi euro a notte e i posti dove mangiare sì riducono a quattro o cinque al massimo. Scegliamo questa seconda parte ed io apprezzo molto il fatto di trovarmi in un villaggio quasi turisti esente e dove alle 8:30 di sera le luci si spengono e gli unici rumori che si sentono sono gli abitanti del villaggio che rimangono a chiacchierare fuori dalle loro case con un chai tra le mani, i bambini che giocano in strada a rincorrersi e le scimmie che si litigano una buccia di melone sui tetti delle case.

Il mattino dopo il nostro arrivo tentiamo di noleggiare una motocicletta per visitare il complesso archeologico di Hampi ma pare sia impossibile sulla nostra riva. I locali ci dicono che le attività turistiche su questo lato di Hampi sono quasi tutte chiuse, il Governo sta ostacolando il turismo per un oscuro motivo che l’inglese o la non consapevolezza degli indiani riescono a spiegarci. Ripieghiamo su un tuktuk che ci porti in giro tutto il giorno tra rovine, statue di dei, templi, cerimonie hindu e il verde delle campagne del Karnataka. La “Angkor Wat d’India” ci rapisce e, anche se non presenta la drammaticità cambogiana, apprezziamo la scarsità di turisti che affollano le rovine e gustiamo il silenzio dei secoli passati immersi nei bassorilievi e nelle luci filtrate dalle colonne istoriate.

Il giorno dopo è la volta della riva più turistica di Hampi, la attraversiamo con una barchetta a motore guidata da personale indiano decisamente poco amichevole e arriviamo sulla riva “cool” di Hampi. Improvvisamente mi ricordo delle 4000 islands in Laos – c’è la stessa atmosfera – o di Pushkar e, sorpassando i caffè gremiti di spagnoli e israeliani, scaliamo i 600 gradini verso l’Hanuman Temple che sovrasta la città. La vista è incantevole. Colline, campi coltivati a riso dal colore verde brillante e il fiume che scorre tranquillo.

Al ritorno al punto di imbarco per raggiungere nuovamente la nostra riva, finalmente, la vera essenza dell’india si palesa. L’attraversamento del fiume, circa 40 o 50 metri in tutto, è così gestito: due imbarcazioni che, però, non fanno esattamente la spola da una riva all’altra, ma trasportano i turisti in una sola direzione. La barca blu trasporta i turisti da nord a sud ma non viceversa, e la barca arancione da sud a nord ma non viceversa. Al nostro arrivo alla sponda sud, vediamo quindi la barca blu tornare a nord vuota e la barca arancione mezza piena di turisti e non solo che attendono di poter attraversare il fiume (la barca deve essere piena per partite) quando, di fronte a loro, una imbarcazione utile se ne va vuota per raggiungere la sua “riva di appartenenza”.

Una coppia francese ci approccia e ci chiede spiegazioni, come mai non possiamo salire sulla barca blu? Qual è il senso dell’aspettare? Non è possibile che la cosa sia così gestita!

In questo esatto momento, mentre cerco la risposta a questa domanda, ecco la potenza dell’India: abbandonarsi, senza ragione, alle cose che sembrano non avere logica alcuna ma che vanno comunque accettate. Da occidentale quale sono mi rendo conto della mia frenesia, della mia volontà di voler mettere ordine a quell’attraversamento senza senso e senza “profitto” ma cerco il più possibile di lasciar andare tutti questi pensieri, di scacciarli con un sorriso, di abbandonarmi al momento e, dopo qualche istante, la barca si riempie e partiamo.

“Una delle grandi lezioni che si impara in India è proprio quella del saper lasciar andare e abbandonarsi. Un pensiero negativo, la volontà di razionalizzare tutto, la frenesia, la preoccupazione, lo status quo”.

Ripenso a questa piccola lezione indiana, a quante volte l’ho messa in pratica da quando ho messo piede in India, mentre ci affrettiamo a prendere il nostro bus verso Hospet e poi Gokarna, Kudli Beach e le sue rive sonnacchiose che – agli avventori dell’India di qualche decennio fa – ricordano Goa negli anni ’90.

Arriviamo a Gokarna il giorno dopo la nostra partenza da Hampi e dopo un breve pit-stop a Hospet, per visitare un piccolo slum a ridosso della stazione dei treni pieno di bambini che ci corrono incontro chiedendoci delle penne da scrivere, qualche rupia o di scattare una foto con loro.

Il sole splende sulla tranquilla baia di Kudli Beach e, in pochi minuti, occupiamo un bungalow sulla spiaggia. Qualche gruppo di spagnoli, sudamericani o israeliani gioca a freesbe sulla spiaggia o suona la chitarra e il rumore delle onde al tramonto mi rapisce ancora una volta mentre penso a quanto velocemente questo ultimo mese sia passato e alle avventure che mi attendono nelle prossime settimane.

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