22 giorni in India

Colva, Goa, India sud occidentale.

L’impressione è quella di non trovarsi nemmeno in India e, se di primo acchito la cosa sembra disturbarci, dopo meno di un giorno ci sentiamo già “a casa”.

Colva è per noi una pausa dopo la frenesia del Rajasthan, la porta d’entrata per il sud dell’India, una zona di questo subcontinente che risente tanto delle sue influenze cristiane quanto del passato coloniale portoghese, come è decisamente visibile nella vicina Panji a cui dedichiamo mezza giornata.

La cittadina di Colva, appoggiata alla più frenetica Margao, è – oggi – un altro avamposto “occidentale”. Frequentata quasi solamente da russi e, in minima parte, da inglesi, si distacca completamente dalla Goa dei party e delle piccole “colonie” israeliane.

Il nostro bungalow si affaccia su un giardino di palme verdissimo, tra noi e la spiaggia meno di una decina di metri e la notte ci si addormenta con il rumore delle onde e degli uccelli notturni. Qui, riscopriamo il piacere delle giornate scandite dal ritmo del giorno e della notte, del camminare scalzi, della frutta fresca consumata all’ombra di una palma mentre si contempla l’orizzonte marino e il vento asciuga la nostra biancheria lavata a mano. Sempre qui, conosciamo Manush, il ragazzo tuttofare che si prende cura della struttura (6 bungalow in tutto) e dei suoi ospiti, e questo post voglio dedicarlo soprattutto a lui.

Le prime parole che scambio con questo ragazzo dall’aria leggera e le fattezze in viso simili a quelle di Pippo, il fedele amico di Topolino, avvengono durante una “partita” di badminton. Il nostro secondo giorno a Colva, mentre stiamo facendo un paio di passaggi con le nostre nuovissime racchette da badminton (2 euro spesi non troppo bene visto che con il vento praticamente non riusciamo a giocare), Manush ci viene incontro sorridendo e si ferma a guardarci giocare. Gli chiedo quindi se vuole provare e, presa la racchetta in mano, Manush si rivela un abilissimo giocatore! Nonostante il vento, i suoi colpi precisi e diretti tagliano l’aria in maniera quasi professionistica e i movimenti del suo corpo, per quanto sembrino disarticolati, riescono sempre a mettere a segno il punto. Mentre giochiamo, Manush mi racconta di essere originario del Nepal e di aver imparato questo sport a scuola. Gli chiedo come mai si trova in India, a Colva, e mi risponde: “venire qui è stato un errore, spero di tornare a casa tra due mesi, quando la stagione sarà finita”, dopodiché cambia argomento e terminiamo la partita.

Alcune ore dopo, al nostro rientro ai bungalow dopo cena, Manush si avvicina a noi e, con fare innocente, ci chiede quasi sussurrando: “fumate? Fumate erba?”. Gli facciamo un cenno di quasi accettazione e lui si affretta subito a spiegarci che non vuole venderci niente, cerca solo “compagni di fumata” poiché una coppia tedesca che ha lasciato il bungalow dove ora siamo noi gli ha regalato un po’ di erba e lui vorrebbe fumarla. Ci guardiamo tutti e tre negli occhi e, in silenzio, ci appartiamo un po’. Tra un tiro e l’altro, Manush ci racconta la sua storia.

La storia di Manush

A casa, in Nepal, nel suo villaggio vicino a Kathmandu, Manush non ha lavoro. Un amico lo chiama e lo invita ad andare a Mumbai dove un lavoro lo aspetta. Manush fa i bagagli, prende tutto il denaro che possiede e va a Mumbai dal suo amico. Al suo arrivo in città, i due bevono un paio di birre, vanno a cena e Manush spende tutti i suoi soldi tra cibo e hotel, tanto il giorno dopo comincerà a lavorare. Il mattino seguente però non c’è nessun lavoro ad attenderlo, il suo amico è stato preso in giro e così anche Manush che si trova in un Paese straniero senza soldi, senza lavoro, senza casa e lontano dalla famiglia. Passa quindi qualche notte dormendo per strada e alla stazione di Mumbai fino a che non decide di salire su un treno notturno, senza biglietto, dormendo per terra, tra un vagone e l’altro, vicino ai bagni, dove l’odore è insopportabile e il pavimento ostile. A volte è costretto a scendere dal treno perché senza biglietto ma, in tre giorni, arriva a Margao. Percorre 8 chilometri a piedi ed arriva alla spiaggia di Colva, dove, stremato, si sdraia sotto una palma a riposare. Alcune ore dopo, viene svegliato da un ragazzo che gli chiede se vuole un massaggio e lui, ironicamente, risponde “no, ma avrei bisogno di un lavoro”. Il ragazzo lo guarda e poi gli dice “forse ho quello che fa per te”. Prende in mano il cellulare e fa una chiamata. Dopo pochi minuti, i due vanno insieme al MarVista, una guesthouse con bungalow, e il padrone lo assume come tuttofare.

L’inglese di Manush non è dei migliori ma, nonostante questo, riusciamo comunque a comprendere il suo racconto. Mentre ci parla, non posso fare a meno di immaginare me stessa nella stessa situazione, o un qualunque altro amico o conoscente. Immaginate di trovarvi all’estero e di smarrire il portafogli con tutti i vostri soldi. Vi basterebbe una chiamata a casa e il denaro di cui avete bisogno vi sarebbe recapitato con un MoneyGram in giornata, rendendo l’episodio solo un ricordo spiacevole. Guardo Manush, il suo sorriso sincero, la sua tranquillità e – soprattutto – la sua umiltà mentre ci racconta la sua avventura, e non posso fare a meno di ammirarlo. Non ama stare dov’è, vorrebbe tornare a casa, ha passato giorni difficili, ma il suo viso è comunque sereno e gioioso. Si gode questo momento con noi, vive il presente senza rabbia e avvolto dalla semplicità.

Nei giorni seguenti, passiamo quasi tutte le sere, almeno una ora, a chiacchierare con Manush. Gli compriamo sigarette, qualche snack, cioccolato e succhi di frutta e lui ci parla della sua famiglia; del proprietario dei bungalow e del giorno in cui lo ha invitato a pranzo a casa sua, nel giorno di Natale, ma che lo ha lasciato mangiare fuori dalla porta; e di Prabhu e Iceberg, i due cani che vivono insieme a lui. La nostra ultima sera, nella quotidiana ora di chiacchiere con Manush, azzardiamo un po’ e gli chiediamo quanto guadagna con il suo lavoro. 8000 rupie al mese ma con solo l’alloggio pagato (una baracca con solo 3 muri e niente bagno). 103 euro al mese per un lavoro di quasi 24 ore su 24 a disposizione degli ospiti e agli ordini del proprietario che, nel giorno di Natale, lo aveva lasciato a mangiare fuori casa.

Quella sera, l’ultima a Colva, mi addormento pensando a Manush, alla sua storia, e ritrovo le motivazioni di questo viaggio. Si va altrove per scoprire, vedere e conoscere. Il più delle volte poi si impara, dalle vite degli altri, dalle loro storie e – solo allora – il motivo del viaggio diventa chiaro e ci si ritrova.

Il mattino dopo, la sveglia suona alle 6.15, dobbiamo prendere un treno per Hospet, destinazione Hampi. Percorriamo il chilometro che ci separa dalla fermata del bus direttamente dalla spiaggia, a piedi nudi e con i nostri zaini in spalla. Una camminata al chiaro di luna che ci guarda, alla nostra sinistra, e con le luci dell’alba alla nostra destra. Camminiamo in silenzio, guardando i pescatori che a riva smistano il pesce appena pescato, accompagnati da Prabhu e Iceberg, i due fedeli amici di Manush che sembra vogliano scortarci a destinazione. A circa 30 metri dalla fermata del bus, i due cani ci richiamano abbaiando. Noi li salutiamo, salutiamo Colva pensando che forse torneremo e saliamo sul bus mentre il ragazzo che vende i biglietti urla “Margao, Margao, Margao, Margaoooooooo!”.

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