16 giorni in India

Il villaggio di Pushkar, nel Rajasthan più meridionale, un piccolo insediamento di occidentali in India. Per la prima volta, da quando questo viaggio ha avuto inizio, vedo “masse” di turisti, di tutte le età e nazionalità, e la cosa – arrogantemente – mi disturba.

Ogni angolo è una agenzia di viaggio, una bottega di souvenir, un ristorante o una bancarella di succhi di frutta o lassi (una sorta di shake con yogurt, spezie e frutta). I ristoranti servono cibo internazionale o israeliano (questo popolo pare infatti aver insediato una sua comunità nel villaggio di Pushkar, come è successo anche a Goa) e il bhang (Marijuana) è facilmente accessibile. Quest’ultima è una delle ragioni principali per cui gli stranieri vengono a Pushkar e il motivo per cui tanti ne hanno fatto la loro seconda casa.

Pushkar, la seconda città più sacra d’India dopo Varanasi, si sviluppa attorno ad un piccolo lago che, secondo la leggenda, si sarebbe creato da una lacrima di Brahma, il dio a capo del Pantheon induista e a cui è dedicato uno dei più grandi templi nel villaggio. L’intera cittadina è ricca di templi, decine di ghat – le scalinate di pietra bianca che scendono dalle strade fino alle acque del lago per permettere ai fedeli di fare la puja, o bagno rituale – e ovviamente dei presunti bramini o santoni pronti a sfilare ai turisti centinaia di rupie per guidarli “propriamente” attraverso la puja.

Ancora una volta, la santità dell’India ci lascia perplessi e quindi preferiamo dedicarci all’esplorazione delle zone rurali. Noleggiamo uno scooter e ci addentriamo nelle campagne.

Ci addentriamo quindi tra villaggi polverosi, campi di contadini, piccole fabbriche di cemento e allevamenti di polli. Ai bordi delle strade, vediamo donne e bambine di forse 8 o 10 anni che trasportano ogni genere di materiale tenendolo in equilibrio sulla loro testa: fascine di legna o cesti colmi di pietre, fango, raccolti dell’orto o feci di mucca da seccare e usare come combustibile. Ogni tanto, qualche motocicletta ci sorpassa incuriosita e, ovunque, vediamo bambini. Tantissime gambette sottili che corrono su e giù attirando la nostra attenzione a suon di “hellooooo” o “countryyyyyy?” mentre ci tendono la mano per poter “dare loro un 5” al nostro passaggio tra di loro.

Dopo quasi un’ora di esplorazione, ci ricordiamo di non avere benzina a sufficienza e quindi chiediamo ad una coppia di giovani in motocicletta che ci sorpassa ridendo dove trovare carburante. Ci fanno segno di seguirli e, pochi metri dopo, ci fermiamo di fronte ad una sorta di negozio per un chai e il rifornimento. Non facciamo a tempo a scendere dallo scooter che un gruppo di dieci o forse più bambini ci viene incontro per sapere i nostri nomi. Non parlano inglese, sanno solo dire “name?” e al mio rispondere “Anna, nice to meet you”, con tanto di stretta di mano al primo bambino, tutti pretendono lo stesso trattamento. Stringo quindi piccole manine per circa una decina di minuti fino a che non cominciano a prendere confidenza, tanto da mostrarmi i loro tesori. Mi porgono quindi un cucciolo di cane, poi di capra e infine una sorta di orsacchiotto a cui manca un braccio ed un occhio, perché possa ammirarli insieme a loro.

Finito il chai, saluto i bimbi e rimettiamo in moto lo scooter in direzione del tempio Savitri Mata Mandir. 702 scalini per arrivare a questo luogo sacro che sovrasta la cittadina di Pushkar dall’alto del promontorio su cui sorge. Rimaniamo fino al tramonto, mentre le scimmie che popolano il tempio ci guardano incuriosite e i suoni dei tamburi che provengono da Pushkar accompagnano il calare del sole.

Lasciata Pushkar ci dirigiamo verso Udaipur, la città dei laghi. Famosa soprattutto per essere stata location di uno dei film della saga di James Bond, Octopussy, ammiriamo questa città per la sua relativa tranquillità e lo scenario che offre. Il lago Pichola e il suo suggestivo palazzo completamente circondato dalle acque (oggi trasformato in un lussuoso hotel), i ghat, il City Palace, suggestivo tanto di giorno quanto di notte, e le piccole botteghe di sarti e gioiellieri incastonate esse stesse tra le mura della città.

Il nostro quattordicesimo giorno in India comincia molto lentamente, ci aspettano quasi due giorni di viaggio in autobus da Udaipur a Goa. Quindici ore su uno sleeper bus verso Mumbai, la vecchia Bombay, un veloce pit-stop, e poi via verso Goa per altre 15 ore, dove bungalow, Oceano, sole e tranquillità ci attendono.

All’alba del nostro sedicesimo giorno in India siamo in viaggio, a 300 chilometri dalla nostra destinazione: Margao, località della provincia di Goa. Abbiamo lasciato il caos o lo smog di Mumbai dietro le nostre spalle e cominciamo a sentire l’odore di Oceano, di pace. Arriviamo finalmente a Colva nel giorno della Festa della Repubblica indiana e la spiaggia è popolata, più del solito, di indiani in vacanza.

Finalmente vedo le palme muoversi al soffio della sottile brezza marina, il mare è calmo e la prima Kingfisher Premium ghiacciata ci attende per festeggiare il nostro arrivo una volta sistemati gli zaini nel bungalow sulla spiaggia.

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