8 giorni in India 

La prima settimana in India.

Arrivo a New Delhi, la città è puro caos.

Non appena si mette piede sul suolo indiano, tre sono le cose che colpiscono irrimediabilmente l’occidentale: l’odore (un misto di bruciato, cibo in decomposizione e smog); il caos dei taxi, dei tuktuk e delle motociclette che usano incessantemente il clacson, come a segnalare la loro presenza non solo in strada ma nel mondo stesso; e i volti degli indiani dagli occhi intensi, penetranti e – senza alcun ritegno – desiderosi di fissarti, di studiarti.

Passati poco meno di tre giorni in città, passeggiando su e giù per le vie dei mercati, la vecchia e la nuova Delhi, i templi e le moschee, prendiamo un treno notturno di 18 ore (ce ne metteremo quasi 21) per giungere a Jaisalmer, città del Rajasthan al confine con il deserto tra India e Pakistan. La stazione dei treni di Delhi è uno spettacolo che non vedevo da tempo.

Gente che corre avanti ed indietro con borse, valige rotte o oggetti di ogni genere. All’entrata, controlli con il metal detector pressoché inutili se non solo fastidiosi per la calca che sono capaci di creare. Persone, persone ovunque, sdraiate per terra, accucciate, sedute o in piedi. Al binario si attende circa due ore prima dell’arrivo del treno che, non appena fa la sua entrata in stazione, viene assaltato dalle persone in attesa e che si attaccano alle sbarre delle finestre mentre il treno si muove ancora, forse per assicurarsi un posto migliore, forse per divertimento o forse per semplice abitudine.

Avendo un biglietto RAC (reserve against cancellation) non siamo sicuri di avere una cuccetta – a dire il vero una tavola di legno un po’ imbottita – ma appena passa il controllore scopriamo di sì e ci sistemiamo subito ai nostri nuovi posti. Il sistema di prenotazione dei posti sui treni indiani funziona sorprendentemente bene. Nella notte, dormire è praticamente un’utopia: voci ovunque e a qualunque ora, gente che scende e che sale continuamente e per tutta la notte. Ogni cinque minuti, la voce dei venditori di cibo, di chai (il tipico tè dell’India), di lucchetti e catene per assicurare la valigia e – ovviamente – degli indiani curiosi che ti chiedono da che paese provieni, come ti chiami e se puoi fare un selfie con loro. A volte la loro “sfacciataggine” è disarmante ma alla fine quello che ti rubano sempre è un sorriso.

Dopo quasi un giorno intero passato in treno, arriviamo a Jaisalmer, perfetta per rilassarsi, scoprire il silenzio del forte che sovrasta la città incastonato su un promontorio e lasciarsi affascinare dal deserto. Dopo una breve esplorazione del forte, decidiamo di fare due giorni nel deserto, con i cammelli, guidati da “Honey”, un indiano di una tribù nomade dagli occhi gentili ed il sorriso onesto. Honey ci guida tra le dune, monta i nostri letti a cielo aperto sotto le stelle incredibilmente luminose, cucina per noi nel bel mezzo del deserto e ci intrattiene con le sue battute all’inglese mozzicato.

Il deserto è silenzio, colori e – soprattutto – calma. Il cammello stesso è il suo simbolo. Se non istigato, si muove lentamente, ti guarda con aria perplessa e ogni volta che si siede per farti scendere sembra che con una mossa tanto lenta quanto prevedibile sia comunque capace di disarcionarti. Alba, tramonto, notte, il deserto è unico ed è uno di quei luoghi dove l’uomo e la natura si incontrano e, se ci si ferma a fissare il cielo stellato, non si vorrebbe più tornare indietro. In queste notti avvisto una decina di stelle cadenti ma esprimo un solo desiderio.

Tornati alla “civiltà”, ci aspetta una veloce doccia alla guesthouse dove abbiamo passato i due giorni prima del deserto. Bob Marley guesthouse, gestita da un semplicemente meraviglioso indiano di 45 anni che noi chiamiamo “The Chief”. Ci offriamo di pagare mezza giornata per aver usufruito della stanza e della doccia per qualche ora dopo il ritorno dal deserto ma The Chief si rifiuta e, anzi, si offre di portarci alla stazione dei treni lui stesso e gratis. Una rarità in questa India fatta di venditori ad ogni angolo. Del resto, come questo nostro buon amico dice, “everything is possible but not always available”, ma questa volta per noi è stato possibile. Abbracciamo il Capo e prendiamo il nostro treno per Jodhpur, la città blu.

Anche qui un forte che sovrasta la città, non abitato come quello di Jailsalmer, molto più turistico (si paga una entrata di pochi euro), e le case blu dei bramini sparse qua e là per questa città formicaio. Dedali di strade tra edifici che cadono a pezzi, minuscole botteghe, mercati, mendicanti, bambini in divisa scolastica e – ovviamente – tuktuk, motociclette, macchine che suonano all’impazzata. Il rumore è così forte che, dopo alcune ore in questo contesto, le orecchie ci scoppiano e quindi torniamo al nostro ostello per rilassarci in cima al rooftop e distaccarci per un momento dal caos, dall’India, dall’umanità.

L’India non è solo shock culturale, è molto di più. È un cuore che pulsa ad ogni secondo, senza sosta e in una maniera quasi crudele. Ogni angolo, pezzo di muro, sguardo, voce, cartello, animale, odore, colore e suono sembra fatto apposta per chiamarti, per tenerti sveglio a guardare questa umanità intensa che si muove freneticamente o, al contempo, molto lentamente tra vicoli, case buie, tempi o tempietti votivi fumanti di incenso, street kitchen piene di vapori e – purtroppo – ogni genere di spazzatura.

Che risieda in tutto questo la grande spiritualità dell’India, nella sua stessa umanità, mostrata al cento per cento, senza fronzoli e senza veli?

È una domanda a cui non so se saprò dare risposta. Noi, intanto, ci dirigiamo in treno verso Pushkar e le luci del primo mattino illuminano il verde delle campagne del Rajasthan.

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