Genocidio in Cambogia

Il giorno in cui sono entrata in Cambogia, nonostante le peripezie e le avventure tipiche di viaggio dovute all’attraversamento del confine Thailandia – Cambogia via terra, ero a metà lettura di uno dei “libri da viaggio” più belli che abbia mai letto e decisamente significativo durante il mio viaggio in Sud Est Asiatico: First They Killed My Father di  Loung Ung.

First They Killed My FatherSinceramente, non so se abbia una sua traduzione ed edizione in italiano ma – se mai vi recherete in Cambogia – il primo (o al massimo il secondo giorno) in terra cambogiana vi verrà sicuramente incontro qualche bambino di strada che proverà a vendervi il suddetto libro insieme ad altri sul genocidio in Cambogia (tra cui il libro che ha ispirato il non so se famoso The Killing Fields, Le Urla del Silenzio) o sulla guerra del Vietnam. Io non ho comprato la mia copia da nessuno di questi bambini, perché non amo comprare in Sud Est Asiatico dai bambini di strada per svariati motivi e perché già la possedevo in formato eBook ancora prima di recarmi in Cambogia.

Ad ogni modo, al terzo giorno di permanenza in Cambogia, mentre mi dividevo tra Siem Reap e le meraviglie di Angkor Wat, avevo già finito di leggere questo meraviglioso libro e, anche se l’espressione non è la più azzeccata, non vedevo l’ora di recarmi nella capitale Phnom Penh e visitare i Killing Fields, o meglio, il Choeung Ek Genocidal Center e il centro di detenzione di Tuol Sleng: le due più importanti testimonianze del genocidio in Cambogia. First They Killed My Father racconta infatti l’esperienza di una bambina, Loung Ung, che – per via delle idee folli di epurazione della Cambogia messe in pratica da Pol Pot e i suoi seguaci – è costretta a lasciare la sua casa di  Phnom Penh, vivere per anni in dei campi di prigionia e lavoro che le porteranno via parte della sua adorata famiglia e, finalmente, dopo tanta sofferenza, privazione e immensa rabbia, a salvarsi, scappare e rifarsi una vita prima in Thailandia, poi Vietnam e infine Stati Uniti (paese dove moltissimi rifugiati del genocidio hanno trovato una nuova vita).

Quindi, quando poi ho messo piede in Cambogia, non sapevo moltissimo di questo terribile genocidio avuto luogo tra il ’75 e il ’79 e che è stato responsabile della morte di quasi la metà della popolazione cambogiana, più che altro sapevo della sua esistenza per via del film Le Urla del Silenzio, e, per l’appunto, la visita al memoriale del genocidio e alla prigione di Toul Sleng è un’esperienza che non dimenticherò facilmente.

Prima di tutto perché, emotivamente, visitare prima il memoriale e poi le prigioni è qualche cosa che toccherà profondamente anche gli animi più forti o meno impressionabili, e, in secondo luogo, perché sono rimasta affascinata e piacevolmente meravigliata da come il governo cambogiano abbia deciso di ricordare le sue vittime e le sue tremende colpe. La visita al memoriale di Choeung Ek si paga e, anche se per raggiungerlo ci vuole quasi mezz’ora in tuk-tuk, è una tappa (a mio avviso) obbligatoria per un viaggio in Cambogia. Quello che si vede a Choeung Ek è poco o niente, anzi più niente che poco, ma è sufficiente per immaginare tutto quello che sono stati i Killing Fields, i campi di sterminio e lavoro, e ascoltare le varie testimonianze raccolte dal Centro del Genocidio in Cambogia. La visita si svolge a tappe, circa una ventina, e – per ogni stazione – è disponibile un contenuto in più lingue che racconta alcuni episodi e la storia del genocidio senza fronzoli o pleonasmi. Ogni visitatore, turisti ma anche locali, resta in silenzio per più di un’ora, ascolta ciò che deve ascoltare e, in un ambiente del tutto simile a un parco o un’oasi di pace, affronta le terribili informazioni del genocidio.

The Killing Tree, Choeung Ek Killing Fields, Cambodia
L’albero sul quale vennero giustiziati centinaia di neonati a Choeung Ek.

Dopo tutto questo, ricordo di essere salita sul tuk-tuk di ritorno alla città con un mattone sullo stomaco che non ha fatto altro che appesantirsi durante la visita alle prigioni di Tuol Sleng che, sinceramente, “non ho avuto cuore” di concludere. Non perché non fosse interessante o perché questa sosta potesse “rovinare” la mia “vacanza” (come ho sentito ammettere da molti viaggiatori che non hanno visitato i Killing Fields perché troppo tristi) ma perché l’angoscia e la disperazione di quel luogo erano, per me, tangibili.

Detto questo, se mai andrete in Cambogia, piuttosto che comprare First They Killed My Father da qualche bambino di strada (compratelo online o in una libreria), investite i vostri soldi visitando i Killing Fields e fatelo perché, se non sapete niente di questo genocidio, è giunto il momento di aprire gli occhi e farlo con prepotenza.

Ah, le immagini di questo post, per la prima volta, non sono mie. Non sono riuscita a fare foto né ho voluto farne.

killing_fields
Visione delle tante fosse comuni ritrovate a Choeung Ek.
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