Phongsaly: un’avventura senza precedenti nel nord del Laos. Parte I.

Voglio cominciare il mio primo post sul Laos raccontando una delle ultime esperienze di viaggio in questo meraviglioso e surreale paese del Sud Est Asiatico.

Il nord del Laos è stato per me l’ultima parte dell’intero mese trascorso nel paese dello “sticky rice, banana pancakes e BeerLao”, ma è stata decisamente la parte migliore di tutto il viaggio e sicuramente quella che dimenticherò più difficilmente.

Il giorno che decisi di recarmi a Phongsaly, sperduta provincia nel “far-north” del Laos, quasi al confine con la Cina, non ero esattamente sicura di quello che stavo facendo ma, incoraggiata da una ragazza canadese conosciuta il giorno prima di intraprendere la mia lunga marcia verso il nord e incuriosita dalle parole di un signore francese che aveva definito il viaggio verso Phongsaly come “a kind of adventure”, ho pensato che potesse essere la ciliegina sulla torta del mio intero viaggio in questo bellissimo paese, così mi sono decisa e, partendo da Muang Ngoi Neua – villaggio ai bordi del fiume Nam Ou e facente parte dell’ormai famoso Banana Pancake Trail, la prima tappa obbligata del mio viaggio sarebbe stato il villaggio di Muang Khua che avrei raggiunto tramite imbarcazione “slow boat” e in, teoricamente, quattro o cinque ore.

Slow boat in panneIl viaggio in barca verso Muang Khua è stato abbastanza piacevole e rilassante, se non fosse che la mia pigrizia mi ha impedito di scendere dall’imbarcazione ogni qual volta qualcuno doveva fare qualche bisognino per fare pipì, che portassi dentro di me i segni di un orribile post sbornia a base di “pastis” e che, proprio negli ultimi metri di viaggio, il nostro capitano avesse ben deciso di far girare al massimo il motore facendo in modo che, dopo un fragoroso botto, non partisse più e costringendoci quindi a un soccorso improvvisato grazie a un’altra imbarcazione che ci ha gentilmente trainato a velocita lumaca. Ma, dopo tutto, questo era solo l’inizio e un anticipo di quello che sarebbe stato il mio intero viaggio.

Una volta arrivata a Muang Khua, con la vescica allo stremo, mi sono precipitata nella prima (orribile) guesthouse che ho trovato, ho contrattato una stanza per la modica cifra di tre euro e, non consapevole di quello che stavo acquistando, mi sono diretta al bagno per espletare il mio immenso bisogno. Una volta rilassata, ho realizzato che la stanza che avevo affittato era sporca e che il bagno era in uno stato pietoso ma, ormai, il danno era fatto e comunque mi ci sarei dovuta fermare solo una notte perché, la mattina dopo, verso le 7.30, avrei dovuto prendere un tuk-tuk, recarmi alla stazione dei bus del villaggio, prendere un primo bus che mi avrebbe portata a Paknamnoy, altro villaggio situato nel nulla del Laos e a soli 35 km da Muang Khua, dove poi avrei cambiato bus e avrei percorso gli ultimi circa 170 km fino a Phongsaly.

Poco più di 200 km? Facile penserete voi, e invece, vi assicuro, NO.

Bus diretta Phongsaly

La prima regola del Laos è: se devi fare anche solo 100 km considera che potrai metterci un numero di ore comprese tra le tre (se ti va benissimo) e le dodici. Viaggiare in Laos significa viaggiare più slow dello slow travel e, soprattutto, significa anche essere spettatori e parte di una modalità di viaggio che vedrete solo in questo paese del Sud Est Asiatico. Avendo viaggiato il sud del Laos, nelle settimane precedenti, ero ben conscia del fatto che ci avrei messo un numero indefinito di ore ma, sinceramente, quello che mi aspettava era ancora “meglio”!

Arrivata a Paknamnoy, in compagnia di altri tre viaggiatori francesi, abbiamo deciso di Bus in panne ingannare l’attesa di un’ora per prendere la coincidenza verso Phongsaly bevendo tè e mangiando sticky rice e carne alla griglia. Abbiamo riso, chiacchierato, pregato per un viaggio non troppo lungo e – quando la nostra coincidenza è arrivata con solo cinque minuti di ritardo – abbiamo pensato che, dopo tutto, non dovevamo essere così pessimisti. Abbiamo caricato i nostri zaini sul tetto del bus e poi, una volta preso posto sugli sfasciati, maleodoranti e un po’ scomodi sedili di quello che poteva essere un bus degli anni ’60, ci siamo chiesti perché, dopo quasi venti minuti di attesa, il bus non partisse. Semplice: il motore era rotto e due abilissimi, magrissimi e sorridentissimi laotiani (il guidatore e il suo piccolo aiutante controlla biglietti-carica valigie/scooter/sacchi di riso/etc. e meccanico) lo stavano riparando proprio mentre noi ci stavamo domandando che diavolo stesse succedendo.

Ridere, aspettare con calma e magari mangiare ancora un po’ era la soluzione all’attesa e così

Il soffitto del bus verso Phongsaly
Il soffitto del bus verso Phongsaly

abbiamo fatto. Ad ogni modo, dopo un’ora d’attesa eravamo in partenza verso Phongsaly e, dopo soli dieci minuti di curve e di strada di montagna alle volte piena di enormi buchi, abbiamo realizzato che il viaggio non solo sarebbe stato lungo ma sarebbe anche stato come un giro infinito sulle montagne russe!

Dormire? Impossibile. Cercare di leggere? Impossibile, troppe scosse. Ascoltare musica? No, la radio laotiana trasmetteva a tutto volume successi musicali a noi incomprensibili. Unica cosa fare: pregare, chiacchierare e guardare il bellissimo panorama del nord del Laos fatto di colline e montagne verdissime, un cielo stupendamente azzurro e villaggi di capanne e palafitte in legno.

Cambio ruota del busTre ore erano passate e, essendo quasi a metà strada, abbiamo tirato tutti un respiro di sollievo. Insomma, più di 100 km in circa tre ore era quasi un record, forse questa volta eravamo noi i fortunati! Ovviamente no. Dopo circa tre ore e mezzo di viaggio, il nostro bus si ferma sul ciglio della strada, spegne il motore e tutto tace. L’autista e il suo piccolo aiutante scendono dal bus, i passeggeri si guardano in faccia e, dopo solo pochi minuti, tutto è chiaro.

C’è da cambiare una ruota!

Dal mio finestrino ho la visuale perfetta dei lavori di cambio della ruota che sta proprio sotto di me ma, per non perdermi nemmeno un particolare, scelgo di scendere dal bus e ammirare il lavoro dei due giovani laotiani e, ovviamente, scattare trecento foto.

Penso che lavorare per la compagnia dei bus laotiani deve essere un lavoro davvero ingrato se, ogni cento chilometri, devi aggiustare un motore, una ruota o sa solo Dio cosa. Penso che questi laotiani sono formidabili perché, sotto il sole a 30 gradi, cambiano ruote enormi con una scioglievolezza incredibile ed emettendo sì e no un paio di gocce di sudore. Penso che il loro abbigliamento, jeans stretti, camicia alla moda e rigorosi infradito, non sia adatto aSul busSul bus questo tipo di lavoro ma loro indossano questi vestiti come se fossero tute da lavoro. Penso che il fatto che ridano, nonostante tutto, sia meraviglioso. Penso che i locali che viaggiano su questi bus debbano avere una pazienza incredibile perché, ogni volta che si è fermi per un qualunque motivo, si piazziano sul ciglio della strada, si accovacciano alla tipica maniera degli asiatici e mangiano, bevono, fumano o chiacchierano. Penso che, dopo tutto, li invidio. E, in tutto questo pensare, la ruota è cambiata e si riparte.

Il resto del viaggio scorre tranquillamente e, dopo altre tre ore (o quattro), siamo alla stazione dei bus di Phongsaly.

Sono le sei di sera o forse le cinque e mezza, non lo sappiamo con certezza e non ci importa, siamo a destinazione, siamo euforici tutti e quattro e ridiamo di gusto ripensando alle ultime nove o dieci ore trascorse insieme sul bus più pazzo del Laos…o forse solo uno dei tanti.

Tramonto dal bus
Tramonto dal bus

Conclusione della giornata, ci rifiutiamo di pagare un tuk-tuk per giungere fino al centro città perché vogliamo risparmiare soldi ma tutto ha un prezzo e quindi percorriamo tre km a piedi con gli zaini in spalla fino al centro del villaggio. Una volta trovata una guesthouse, molliamo gli zaini, ci facciamo una doccia ristoratrice e la sera ci lasciamo deliziare dalla birra, dal cibo cinese e da tante, tantissime, risate.

Forse molti di voi penseranno che il viaggio che ho percorso in quasi due giorni sia stato un incubo e, ogni tanto, anche io l’ho pensato, ma – ad essere sincera – lo rifarei domani.

Continua…

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