Choosy…or not?

I giovani escono dalla scuola e devono trovare un’occupazione. Devono anche essere non troppo choosy, come dicono gli inglesi.

Non c’è bisogno di specificare di chi siano queste parole, lo sapete già. E se lo sapete, non è necessario nemmeno spiegare cosa significa “choosy” in inglese.

Io, sinceramente, non mi sarei mai definita una “choosy” ma, da qualche giorno, devo dire che i dubbi hanno cominciato ad assalirmi.

La prima volta che ho svolto un lavoro avevo diciassette anni. Il mio primo glorioso datore di lavoro è stata un’azienda specializzanda nel commercio ortofrutticolo. Il mio ruolo era quello di una operaia semplice. Lavoravo dalle sei del mattino fino alle otto, a volte anche nove, di sera e con due ore di pausa pranzo. Stavo sempre in piedi e di fronte ad un rullo industriale sul quale scorrevano solo pesche. Immaginatevi un’adorabile catena di montaggio. A volte mi veniva cambiata la mansione e passavo dal confezionamento cestini al “controllo del confezionamento dei plateau di pesche”, lavoro responsabile di una fastidiosa vescica nella parte interna del mio pollice destro dovuta alla velocità con cui “tastavo” la frutta presente nel plateau per verificare la sua maturazione. Lavoravo anche il sabato, andavo in bagno solo due volte nell’arco di una intera giornata di lavoro perché più volte non era concesso, e la sera, quando ritornavo a casa, facevo due docce per riuscire a togliere il prurito che il pelo delle pesche scatena su tutto il corpo. Ricordo perfettamente i rumori all’interno della fabbrica, gli sguardi delle colleghe di fronte a me, dall’altra parte del rullo, e la frustrazione di non poter muovere le gambe in ore ed ore, di essere inchiodata con i piedi a 30 cm di spazio e di sentire le gambe come incollate al pavimento. Fu un mese di alienazione che, all’epoca, mi fece ritornare a scuola – a settembre – con una voglia irrefrenabile di studiare e un odio intrinseco per le pesche.

Ad ogni modo, questo è stato il primo lavoro che ho svolto e non lo dimenticherò mai.

Per prima cosa perché mi ha permesso di guadagnare tantissimi soldi in un solo mese di lavoro, all’epoca c’erano le lire e devo dire quel gruzzolo mi bastò per molto, moltissimo, tempo.
Secondo, perché quel lavoro è stato ed è tutt’ora il metro di misura di tutti i miei lavori futuri. Infatti, a quell’impiego da operaia agricola stagionale ne sono seguiti tanti, barista, cassiera, commessa, impiegata, receptionist, promoter, maschera, operaia agricola ancora una volta, e nessuno di questi è stato mai peggio di quel mese all’età di diciassette anni.

Di anni ne sono passati dieci e anche il mio profilo professionale si direbbe cambiato. Ho due lauree, un paio di esperienze lavorative nel mio settore di studi (la comunicazione), tanti lavori non attinenti al mio campo di preparazione e, nonostante questo, basta una parola per farti mettere in discussione tutto, anche l’azione svolta il giorno prima mentre su Internet guardi gli annunci di lavoro.

Proprio ieri ho visto un’annuncio in cui si sottolineava la ricerca di personale per una agenzia di pulizie, l’ho letto e sono passata oltre. Da mesi, effettivamente, sto cercando una qualunque occupazione e devo dire che non ho avuto molto successo. Il mio settore professionale è saturo oppure non ha i fondi o ancora non vuole assumere me. Altri settori, al momento, rifiutano la mia candidatura perché troppo qualificata, troppo laureata o troppo vecchia (evidentemente).

Allora mi faccio due domande. Sono “choosy” io o lo è chi dovrebbe darmi un lavoro? E poi penso: se domani arrivasse il responsabile dell’azienda in cui lavorai a diciassette anni ad offrirmi lo stesso lavoro, lo accetterei?

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